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letteratura
10 luglio 2010
Giovanni Chiellino
 

GIOVANNI CHIELLINO

TELA DI PAROLE

Genesi Editrice, Torino, 2007

Pagg. 608 – Euro 20,00

TELA DI PAROLE

(Nell’ordito di Aracne)

Onda di voce nel mare del poema

la parola s’increspa, precipita, s’innalza

insegue tra le nuvole

il volo della rondine e del falco.

La luce dei tuoi occhi la confonde

tace sui fiori di magnolie e rose

bacia la notte, va da stella a stella

e incendia la lingua del poeta.

Danza sui campi aperti della Pace

e sul nero abisso della guerra

impreca e prega. Dischiude incerta

la porta della vita e della morte,

sonda il mistero.

G. C.

*

da Galateo per enigmi

(Genesi Editrice, Torino, 1988)

PERCHE’ TREMANO I CUORI

Perché tremano i cuori dei fanciulli

se rapidi s’intrecciano gli sguardi

quando l’ora del giorno si fa alta?

Perché morbide gatte

sotto lunare notte s’abbandonano

a lamentoso amore,

perché in acque limpide

s’intrecciano le anguille

e ritorna la rondine al suo nido

se crudele innocenza non lo rompe?

Questi misteri

sono i pulsanti angeli del sole,

i cavalli dell’ora che s’innalza,

poi viene il tocco muto

della campana a morto

e i perché si perdono nel vuoto.

*

SERA

Scivola il giorno

l’ombra si fa alta,

chiude porte il silenzio

nelle case

e il cuore oscilla

pendulo nel vento.

*

TOSSA DE MAR

Angeli bianchi su onde di luce

volavano all’orizzonte

e i cavalli del mezzogiorno

galoppavano su cime di fuoco.

Nelle conchiglie di sole

il vento nascondeva

i mantici stanchi e le fanciulle,

distese sulla rena, ascoltavano

fra le carezze degli amanti

passare il silenzio

su ali di sogno.

Ma il segno del ricordo si frantuma

e altro non so raccontarvi

di quel giorno stupendo

in una baia di Spagna.

Chi fermerà la ruota del tempo

se anche la memoria si dissolve?

Rimane lo strappo della tela,

la spola che non passa nell’ordito.

Allora la pupilla si dilata,

le morti si dispongono a catena

a legare due punti all’infinito.

*

SCIATALGIA

E’ in questo dolore

che acuto mi sorprende

che la morte s’impolpa

si fa compagna di viaggio

toglie vigore ai sogni

e gli occhi apre a dure verità

del giorno che si avanza

e come il fiume

stretto argine e alto rende veloce

e le sue acque getta e disperde

nel mare aperto così

spinge la morte il cuore

sui dirupi del tempo

nelle deserte anfore del vento.

Ma vibrano le corde del pensiero

e una parte di me che non conosco,

immisurata e vaga, trova la fuga

nell’accesa pupilla del tuo dio

e qui risplende di trasparenza e svela

in cifre chiare l’enigma e si appaga.

Così trova la vita nella non vita

il segno del suo verbo

e nel sangue che pulsa cresce il nulla.

*

NEL GIARDINO

Nel giardino seduti nella sera

le parole legate dal silenzio

lasciammo punta di stella

legare i nostri occhi,

adagiarsi la luna sulla fronte.

E guizzava la fiamma dei ricordi,

cresceva l’ulivo su bruciati campi

vaste fiumare azzurre

confluivano nelle nostre vene

ricche di vento e di mare.

Cavalli schiumosi

battevano zoccoli di luce

sui bruni passaggi dell’ora

e nello specchio dell’attimo che passa

volava il cormorano alto nel vento.

Sono i ricordi sguardo di bambina,

lieve come bianco di betulla

e oltre la siepe

non udita voce alza sospetti

e frana sulle rive del tempo.

C’è ancora la ginestra nel giardino

a profumare l’ultimo viaggio

ai margini del giorno verso l’ombra?

Risponde un suono cupo di cipressi

sbattuto contro il muro della notte.

*

da Daelalus

(Genesi Editrice, Torino, 1990)

IL GRANDE SPECCHIO

Tu mia onda, mio fiume,

mio profondo mare,

passo ambiguo del tortuoso andare,

stella polare per oscuro porto,

falce di luna a leggere il domani,

lume scarso per il mio cercare,

utero del mio riposo

e falsa chiave per moltiplicare,

conchiglia dove il tempo

s’annoda e non ha tempi,

fuoco per distruggere e creare:

io, tua brace viva e fredda cenere

tua sorgente e tua foce,

a te mi piego

mio silenzio e voce.

*

NEL TUNNEL

Una fessura nel tunnel

ci dà l’idea del viaggio,

una scheggia di spazio

invera la vita e la invetta

in un grido di sangue:

e brilla la bianca conchiglia

sul tuo viso di donna,

la voce s’annoda nel nome

e la tortora tuba

sulla magnolia in fiore.

Ritorna la notte e rimane

in un arco di specchio riflessa

una scaglia tremante dell’eco

di quel grido improvviso nel tempo:

è luce obliqua che scende

su ombre oscillanti

per vuote corde di vento,

è il nulla che passa in silenzio

e Dio tace.

*

VERSO LA LUCE

…………………………….

Non è retorica la morte come morte,

la morte per un guasto di percorso

nei mantici affannosi della corsa

è semplice morte che s’annoda a vita

come la vita che cresce dentro

e sfugge, la vita come sangue

come aperto ventaglio di ricordi

la vita che si copre di sudore

o sale come verga di dolore

è semplice vita che s’annoda a morte.

La retorica è negli orli

nei fregi del telaio:

gloria e successo sono i miasmi, i fiumi

le bolle di sapone.

La costruzione del Tempio

e la sua distruzione sono negli atti

nella spada affilata

nel fuoco alle porte

nei portatori di pietra

nella chiarezza del segno:

la fonte secca e l’acqua che zampilla

l’uomo sterile e l’utero fecondo.

La morte-vita è il chiodo

sfuggito al Grande Costruttore

la vita che perfora

l’essere e il nulla sul palcoscenico

dei tempi, l’urlo di Satana e l’indice

di Dio. Il resto è scena.

*

da Nel cerchio delle cose

(Genesi Editrice, Torino, 1994)

UNA PAUSA DI STUPORE

Da quali estreme lontananze

giunge la curva delle tue parole,

il puro cerchio che non si rivela?

Da quali deserti viene la fiamma

della tua bellezza

il sacro fuoco che ci divora?

Da profonda solitudine marina

cresce la gemma

dei tuoi chiari sogni,

dietro le chiuse porte del mistero

su abbandonati spazi di memoria

cerca il pensiero angoli di volo.

E’ un ritorno di perdute stelle

il colore delle tue pupille

e il fiore che profuma la tua pelle

ha radici nel tempo.

E sale il vento sulle magnolie

sale sul canto dell’usignolo

sale sull’arco delle tue ciglia

rapisce l’ansia delle domande

porta il silenzio delle distanze.

Al centro di un abisso

oscilla il cuore

ma Dio concede

una pausa breve di stupore.

*

FARFALLA

Mia anima vibrante nella luce

mia palpitante voce

sulla molle medusa del silenzio

mia pupilla ansiosa

sulla penosa fronte della notte

dove ti volgi Amore ti conduce.

*

NUVOLA

Mio misterioso andare

nel cielo senza meta

eterno svaporare

nel regno del silenzio

animala che cerchi

il vortice di Dio

mia timida sorgente

dell’acqua originale

malinconia di un sogno

che si tramuta in pianto,

bianca vela protesa

ai mari della luce

ala di gabbiano

distesa fra le ciglia

tremula di fanciulla

sublime metamorfosi

che sulla roccia altissima

annodi come in gioco

il vento l’onda il fuoco.

*

da Il volto della memoria

(Edizioni Scettro del Re, Roma, 2000)

IL CUORE

Incrostazioni, un cumulo di macerie

con la vita che scorre

fra sistole e diastole.

Il buio del vagito,

l’ala bianca dei sogni,

la lama del pensiero.

Un sicuro rifugio

la tua donazione:

fuoco di passione,

l’aratro, il seme,

nel solco fecondo

teneri virgulti.

L’autunno: un giallo precipitare,

il distacco, la morte, tanta morte

fra la prima e l’ultima diastole.

*

MARE JONIO

Morbida, tonda caviglia

sulla tiepida sabbia,

l’acqua scivola lesta,

la bacia e ritorna nell’onda.

L° solleva il capo ricciuto,

lo piega e comincia a cantare

un’antica canzone

che la giovane donna innamora.

Oh labbra sinuose del tempo!

Oh lingua che narri la storia!

Nell’aria azzurra si levano

stormi di secoli e ombre

dal chiaro cristallo del mare.

Corre la vela di morte,

bianco gabbiano la vita

la insegue, la sfiora

poi sull’albero ferma il suo volo.

Fanciulli giocano allegri,

hanno barchette di gomma:

esperti pescatori di sogni

senza ancora né remi;

sacerdoti vestiti di luce

sollevano al sole le mani,

riempiono di bianche preghiere,

di fresche parole lucenti,

di verdi pupille, di gesti innocenti

la bocca del mostro marino

che solca gli abissi del mondo,

ammassa la gravida notte,

percuote la terra, la scuote

con rapido colpo felino.

Poi l’onda ritorna tranquilla,

ribacia la tonda caviglia,

e alla giovane donna,

che sull’arco celeste del giorno

porta profumi di eterno,

bisbiglia pensieri

d’amore e di morte.

*

VENERE LUCENTE

Splende ancora la stella del mattino

nella curvata azzurrità del cielo

e sui cavalli rosei dell’alba

il giorno avanza

col vento di levante.

Si consuma la notte,

il tempo invade tutte le clessidre

e tu, Venere lucente

nell’occhio mattutino, siedi

nel cavo della mia memoria

e annunci, oltre le mura

dell’ombra e dell’oblio,

luce divina che non si misura.

*

PER LEI

Lei viene in tutta la sua bellezza,

viene dall’alba.

Porta la luce sulle mani,

negli occhi ha il cielo e il mare,

sulle labbra il fuoco e la parola.

Nel sangue ha raccolto

tutti i baci dell’universo

per baciare ognuno di noi,

ha raccolto il seme della fecondità

per sfidare l’Eterno.

Il melograno è il suo albero,

il suo fiore è il tulipano,

l’animale che le somiglia

non teme le tenebre,

la sua parola bussa

alle porte del pensiero e le apre,

l’anima ha chiavi luminose

e la notte si arrende.

Le sue radici sono nella morte

e raggiungono le brughiere del futuro,

nutrono pietre

finché non le sfiora la sua mano,

allora un volo d’ali invade

l’occhio del sogno

e le albe si schierano a Oriente,

sui gradini del suo altare

noi stiamo genuflessi, preghiamo,

e il vento della cancellazione

passa sopra le nostre spalle,

si allontana.

*

da Il giardiniere impazzito

(Genesi Editrice, Torino, 2001)

IL GIARDINIERE IMPAZZITO

Sradicare le ortensie e il rosaio,

eliminare i bulbi dalla terra,

tagliare il calicantus:

fredda inflorescenza nel cuore dell’inverno.

Bruciare la tuia,

atto sacrificale,

abbattere l’agrifoglio,

non posso vedere le sue rosse bacche

brillare tra le foglia;

sacrificare l’oleandro e il melograno,

purpureo fiore in forma di corona.

Bisogna fare spazio a cose

più importanti:

mine anti uomo, missili, mitraglie,

un’infinita varietà di armi.

Reticolati,

campi di concentramento,

fosse comuni.

Le salme già occupano

il centro del giardino:

uomini e donne,

i giovani figli uccisi

prima che cantasse il gallo

quando l’alba sfiorava i loro volti.

Dappertutto scorreranno

rigagnoli di sangue per innaffiare

i filari delle croci.

In tutti gli angoli germoglieranno

lacrime e tormenti e io

spingerò l’altalena della morte

verso l’Angelo pietrificato nel dolore.

*

IL PUGNALE DI CAINO

Brilla nell’ora del mattino

il rosso pugnale di Caino.

E’ l’eterno pugnale di Caino

avido di sangue e fertile di morte

che con torbida lama

attraversa le vene del tempo

e scende nel cuore dell’uomo,

accende falò, scava fosse

e alza croci sul dorso della terra,

traccia sui volti segni di dolore.

Questo è l’amaro pugnale di Caino,

l’affilato pugnale di Caino

che decapita i giochi dei fanciulli,

toglie i cavalli ai carri d’Amore

e costringe il giorno su strade di lutto.

Quando brilla il pugnale di Caino

chiuso è l’occhio di Dio,

sulle case straripano i tramonti

e le clessidre contano le assenze.

*

EPILOGO

I

Finito di tessere la tela

ci accorgiamo che trame e stame

si sono incrociate nel telaio del Nulla

catturando inutili apparenze.

Unica impronta certa

la malvagia mano che versò il sangue

sui sogni dei fanciulli

prima che scivolassero

nel vuoto della morte

inutilmente appesi

agli occhi delle madri.

[…]

da Nel corpo del mutare

(Genesi Editrice, Torino, 2004)

LE STAGIONI

L’azzurro Leone della costellazione

ha conficcato il dente luccicante

nel fuoco dell’estate.

Il poderoso zoccolo del Toro

ha calpestato le bianche riviere

del mitico Jonio

e l’aspra lingua della salsedine

si è allungata nella fertile valle,

ne ha sfiorato l’esuberante rotondità,

violato la calda profondità

nella tenerezza delle giunture

e nella vibrazione dei mille torrenti.

Ma i rapidi cavalli del tempo

fanno oscillare la bilancia delle stagioni

e il peso dell’autunno aumenta.

Sul crinale dell’orizzonte

l’arciere dell’inverno si prepara a scagliare

la gelida freccia nella polpa del sogno.

Dove sono le bianche colombe

sulla vetrata dell’universo?

E i bianchi cigni nel lago del cuore?

Dov’è il maestoso gabbiano

sullo scoglio genuflesso

nell’onda tempestosa?

Avanzano i lenti buoi della vecchiaia,

tirano il lungo carro dei ricordi

verso l’ombrosa soglia del silenzio.

Dove sono le gemme del mandorlo

prima della festosa esplosione

al soffio della primavera danzante?

*

da Tela di parole

IL CONCERTO

Il concerto dei passeri

sul Lauroceraso impedisce

il franare del cielo

nell’ombra del tramonto,

lo ferma in un sogno d’eternità

e io mi distendo

sul fiume sonoro

che va dall’albero a Dio.

3 marzo 2001

*

ANGELO

Angelo,

perché ti nascondi

dietro il muro della mia paura?

Ho bisogno della tua presenza

per attraversare la notte

della mia stanza.

Caselette, 20 marzo 2004

Giovanni Chiellino è nato a Carlopoli (CZ) nel 1937; risiede a Torino.

E’ redattore di Vernice ed è stato tra i fondatori dell’ Elogio della Poesia nel 2001.

In poesia ha vinto numerosi primi premi.


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letteratura
26 giugno 2010
pagine di poeti amici
 

 

                        pagina  dedicata ad amici poeti


                        LUCIANO SOMMA

                        SERPENTI

                        Michel sempre sporco
                        Michel senza casa
                        Michel senza lavoro
                        Michel senza nessuno
                        Michel deve morire
                        per circa un quarto d'ora
                        in una rue
                        della Paris lumiere
                        un gran falò
                        ha fatto luce
                        all'ombra dei serpenti
                        vigliaccamente
                        anonimi striscianti soddisfatti
                        per l'avenue
                        ora Michel
                        da cenere
                        è già vento.


                        SU BIANCA E' CADUTA LA NEVE

                        Bianca sa che il padrone non torna
                        ma lo aspetta ugualmente
                        l'ospedale è a due passi da lei
                        come il cibo
                        che non vuol mangiare
                        perché la memoria sua è ferma
                        alla mano callosa ma buona
                        che le carezzava la testa
                        ed ora che resta?
                        A che serve il Natale
                        (perché sa, lo ha capito
                        guardando
                        un albero pieno di luci
                        ch'è festa)
                        se il suo amico più caro non c'è
                        eppure lo cerca caparbia
                        nel viso di ogni passante
                        ma l'odore di chi amava tanto
                        è ormai troppo lontano
                        l'aria attorno si è fatta di gelo
                        le si appannano gli occhi
                        su Bianca è caduta la neve.


                        * * *

                        CARLO MOLINARO

                        Al ristorante economico
                        Dal bicchiere di plastica trasparente
                        illuminato da una lampadina
                        l'acqua del rubinetto fa riflessi
                        chiari sulla tovaglietta di carta
                        azzurra con pubblicità stampata.
                        Non c'è bisogno di cristalli di Boemia
                        né di candele profumate
                        né di tovaglie di pizzo o di liquori.
                        la meraviglia che sempre sogna è dentro
                        l'occhio-pensiero, l'anima che guarda.
                        Torino, 19 agosto 2000

                        *
                        PAUSA

                        Più prosegue la vita, più mi scopro
                        in balìa delle cose. Forse l'io
                        è davvero zavorra da lasciare:
                        non resterebbe, allora, che tacere
                        nell'attesa fiduciosa di ciò
                        da cui la mente fugge inorridita.
                        E' solo un'ipotesi come un'altra.
                        Ci sono tante cose che non so.

                        * * *

                        TERESIO ZANINETTI
                        (1947- 2007)

                        MI APRIRO' IN DUE

                        Mi aprirò in due
                        come guscio di ramarro alla frontiera
                        nel rigonfio del vento, parentesi graffiata
                        sul prepuzio dei miei sogni rapaci
                        che già morte pregustano indolore
                        Mi aprirò in due e sarò in un libro nudo
                        di bufera il precipizio
                        mentre cancella solchi d'abracadabra
                        la vecchia cornamusa avventuriera
                        Mi aprirò in due, brivido mai raggiunto
                        al culmine del coltello
                        nel centro del cranio
                        Io, come tutti come nessuno
                        alla foce del capitale
                        consegnerò la scorza della storia
                        Mi aprirò in due per non essere Uno
                        che ancora pensa Trino. Col coltello,
                        per mostrarti quanto sei lurido,
                        io mi aprirò in due

                        *
                      

                        A questo non m'abituo
                        (Leggevo il tuo profilo esangue nei libecci
                        arrancando tra gladioli e fiordalisi
                        dentro i covoni della morte in panne):
                        questa luce falsa gli occhi, tradisce
                        bisogni e pazienze, stronca
                        sul nascere bocci – a questa luce
                        dai lividi brulli non s'abitua
                        il liso ricordo del domani in croce.
                        (Leggevo le tue rughe nei cristalli tintinnanti
                        assaporando intrecci mozzati di mani giunte
                        nel girotondo degli scorticati vivi) –
                        Forse era Natale o Capodanno, viziate
                        di droga capitalista le famiglie serravano
                        pance e manette (panettoni, anitre all'arancia
                        figli & figlie parenti stretti al collo
                        da gustare al dente)
                        - forse era l' altr' anno o non ancora.
                        Sta di fatto che a quest'aria di morte non m'abituo
                        Mentre il boia sorride con piacere automatico
                        ancora la mia mano rifiuta dovute tenerezze.
                        Sto con le mie prigioni dentro il piombo
                        del mio corpo stretto. Sto.
                        Non so come né quando. Sto.
                        Con il cranio dell'odio di classe. Sto.
                        In un mattino disatteso e stanco
                        qualcuno esplorerà il relitto
                        delle ossute gimcane a piedi freddi.
                        A questa maturità che selvaggiamente delicata cresce
                        solo un grido – domando – di vendetta e di riscossa,
                        dolce e tremendo come il dolore
                        nel tuo profilo esangue, trasparente, vivo.
                       
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                        pagina 2 dedicata ad amici poeti

                        GIORDANO GENGHINI

                        I.
                        Distesa sul mio cuore, l'anima mia respira.
                        Sul volto della foglia risplende l'universo.
                        Rapita dentro il corpo, attraverso lo sguardo,
                        la luce immaginata crea ricami e colori.
                        Rivestito dal mondo, cinto dagli orizzonti,
                        l'alto soffio del sole fiorisce in cieli d'erbe.
                        Lo scoiattolo-nube gioca fra i verdi monti.

                        II.
                        Mille stelle in una bolla:
                        in un'ala di farfalla
                        vasti cieli di velluto.
                        Le galassie sono neve
                        e la luna è un fiocco lieve
                        nella tenue luce gialla.
                        Gemma d'anima rampolla
                        dentro il corpo che la culla.


                        *
                        FABIO GRECO

                        Notte si fa in me
                        più chiara
                        limpida del giorno.
                        A breve farà eco
                        un silenzio solo mio.
                                           Nella quiete emerga
                        una distanza che almeno
                                           d'illusione mi sazi.
                                           Preda è l'anima ferita
                                           più secca, nera di dolore.

                        *

                        Ogni volta
                        Ti ritrovavo
                        seduta su scale
                        di sale, il mare
                        fra morbide labbra
                        posava la linfa
                        ed esuli zattere
                        gemevano smarrite
                        nel silenzio
                        delle tue braccia.

                        *

                        MICHELE PIOVANO
                                                              a mia figlia

                        Diciamo tempo di marzo – e la luce
                        come niente sale agli steli
                        stretti sui fianchi.
                        Accettala,
                        quasi sussurro dalla soglia: è poco,
                        poco più di un gioco
                        amabile contro la guancia.
                        La pelle è viva e tu
                        senti il volto confuso delle cose,
                        l'enigma che si sbianca uguale al bianco
                        sulla magnolia. Un brivido
                        tace dopo il travaglio dei rami,
                        più stupore che evento. Ora è voce
                        di fiori oltre il cortile.
                                                                       
                      

 
                        pagina dedicata ad amici poeti


                        ANDREA CROSTELLI

                                       Ad Antonio Santinelli

                        L'onda, respiro del mare.
                        Soffiavano dalle nari i tuoi cavalli
                        un forte attaccamento alla terra,
                        un forte respiro di vento.
                        Voleva esser pieno il tuo passo
                        del giallo frumento verità,
                        dorato segreto dell'arte
                        a piccoli sorsi donato.
                        Appesa ai tuoi occhi e frapposta
                        l'atroce meridiana del tempo
                        fissava l'ora senza nome,
                        priva di sole e fughe d'ombra,
                        la somma di tutte le ombre.
                        Oggi guardo il pulviscolo dorato
                        nella fascia di luce: moscerini
                        in sospensione: catalessi del corpo
                        dell'arte, e penso a te, amico caro,
                        mentre passi ancora fra le nuvole
                        e sposti l'aria dei miei pensieri,
                        a te che mi gridasti aiuto senza voce…
                        riprendo a cavalcare in groppa
                        al tuo cavallo con la tua forza
                        in corpo, dopo che, per un attimo,
                        il tuo passo si fermò, il mare
                        ritrasse il suo respiro
                        e fu la secca.


                        * * *

                        FLAVIO BALLERINI (Pesaro, 1951 – 2006)

                        (Per Kostas Kariotakis)

                        Per compensare tutto questo sole
                        d'aprile leggerò un poeta triste
                        la cui luce diverrà meno tetra
                        più attutita la vacuità del giorno
                        Resterò con i versi come in chiesa
                        - anche se dinnanzi a un inquieto mare –
                        in attesa che lo spirito aleggi
                        e come in una sentita preghiera
                        un angelo delicato e deciso
                        aprirà il cuore alla più pura pietà
                        Questa è la carità che voglio offrire
                        alla spirale nera dell'anima

                        * * *

                        LUCA ROSSI

                        ATTESA

                        Foglie gialle
                        di un morto autunno
                        stavano a noi vicine,
                        nel punto in cui tenevo la tua mano
                        perché ti pensavo
                        troppo debole
                        per stringere il mondo
                        tra le dita.
                        Luce di luna che scompare
                        quando nuovamente fa mattino:
                        le stelle, l'infinito, il sogno…
                        Un dire oltre la notte
                        la nostra pena, un pensiero estinto.
                        Tra le mani
                        un filo d'erba
                        da porre intorno al cielo
                        con il quale un giorno
                        avresti ucciso
                        la lunga attesa
                        gridando verso il sole

                                                     12.11.02

                  


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letteratura
12 giugno 2010
altre poesie di Andrea Crostelli
 

ANDREA CROSTELLI

 DUE PETTEGOLE

Due gazze stridono d'impegno:
chissà quali barzellette
raccontano sul tuo conto?!
Due pettegole incallite dall'ozio
ti guardano con occhio beffardo
e maldicente.
Per strada loro raccolgono oro
che altri smarriscono,
e non lo riconsegnano.
A volte lo rubano di dosso
ridendoci a "becco stretto".
Ma non lo indossano,
perché il bene è degli altri
e il cuore non è facile
al trapianto.
Saltella e svolazza la gazza
nel vuoto di un pensiero,
nell'effimero e nell'insipiente della mente:
sa contare le sigarette che ti uccidono
che ti hanno presa al laccio

*

Senza gli uccelli
il cielo non vola più,
si fermano i pensieri,
chi scaccia le nuvole?

Chi buca l'aria
come l'urlo del coyote
che trafigge, espande onde
come il sasso nell'acqua...
chi dialoga col cielo?
Chi lo affronta lo solletica
lo spettina lo disorienta
lo addolcisce lo commuove
lo intenerisce per favorirci?

Senza gli uccelli
il cielo non vola più,
si fermano i pensieri,
chi scaccia le nuvole?

I voli sono scomparsi
gli uccelli sono morti
la terra inquina
anche il cielo.

Chi scende si contamina
ma in apnea celeste poco si resiste
sembra non ci sia via alcuna
che catapultarsi al minuto secondo
nel tempio della coscienza
quando la gravità chiama
e non c'è altra forza
che l'onestà della fiducia
a chi alla parola
diede il potere di compiersi
essere avverarsi
inventare e diventare
spirito e materia

*

Quando la vita mi sfugge
forse è perché son preso da lei
forse perché le nuvole
hanno un gran trasporto
e non durano tanto
ed è per questo
che io mi perdo
nel senso di un sogno
cioè nel non senso
che abbraccia tutto il senso
e tutti i sensi
nuotano e roteano
attorno a me
come la spinta
di una balena
che buca l'oceano
con la testa
e prende un'indigestione d'aria

risalire risalire risalire
da un fondo che spinge
che ti vomita fuori
perché incompatibile e indesiderato

il risveglio dal sogno
ha tutta la crudezza
della realtà

*

Tu non sostieni
un florilegio di parole in poesia,
e subito t'addormenti;
la pazzia va a ruota libera
e continua a parlare, dire
anche se piange di solitudine...
perché questa consapevolezza la raggiunge?

*

 Il gioco della pazzia
 è un azzardo,
 finché vinci, vinci,
 ma quando perdi
 è per sempre.

Perde chi gode troppo della vincita
e non sa tornare indietro
per cercarne un'altra.


La pazzia
è come chi è stanco
di una partita a scacchi!
Cerca lo stallo.

*

Sono un pollo spennato
intirizzito dal freddo,
è così che mi riduci arte
quando bussi bussi
e ti apro e non ti apro
ma sei sempre lì sull'uscio
a premermi sul fianco
ad assorbirmi
dentro il tuo aspiratutto
cosicché al vedermi nudo
e sperduto nel mondo di chissachi
tutti possono ridermi addosso
e vomitarmi le loro insolenze
per il disgusto
del lato esteriore
che ripugna
perché non attrezzato
al sapersi vendere

*

Scrivo per non morire
sotto l'effetto della non creazione.
Pesa l'assenza dello sputo e della creta
troppi settimi giorni si ritaglia il mondo
per il gusto di vivere e dividersi
il vecchio lo statico e lo stantivo
frattanto che il verme solitario
fitto fitto morde il mio stomaco
in cerca di nuovi gusti appaganti
e il cervello non regge i tempi
che la creazione gli detta

(Il vuoto è un grande armadio chiuso
e buio senza abiti da indossare)




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29 maggio 2010
poeti amici: Michela Zanarella
 

MICHELA  ZANARELLA

 

 

 

Alla città dei sensi


C'è pelle che prega
carezze vestite d'amore
e nei sentieri rosa
incide il suo destino.
Viene un vagare dolce
di sospiri senza stagione,
effervescente l'istante
si fa luce tra fianchi
e vapori.
Nell'acqua più antica
del piacere,
tra filari di brividi
e piramidi di voce,
io corro alla città dei sensi.
Tu dici vado in mare
nei miei baci,
ti muovi in me
con le pupille ebbre d'esistenza.
Teneramente esploro
gli scogli del tuo fiato,
la città vive
ed io penso a morire
negli angoli delle tue labbra.

 

*

Io nell' amore

Io nell'amore,
in mezzo ad orti di fiato
rivelo agli istinti umiltà.
Sempre un brivido senza vento
rincorre pianerottoli di voce
dove la notte insegna un chiudersi
di labbra agli orizzonti.
Mi chiami il torrente
al mistero sacro del piacere
contro il fusto d'occhi e gelsi,
mentre le pelli giocano in grido
alla verità dei bambini
come aromi innocenti al primo
passo in sogno.
Ciò che le ciglia attendono
è l'incantesimo di un seno in agguato,
assorto tra metallici riflessi
di una schiena che cade aggredita
dal vapore d'ignoto.
Ho sceso i destini tanto simili
all'irrequietezza del tempo
e nell' affrontare la luce
ho impedito che il fuoco
uscisse dalle nostre unghie,
dal nostro palato.

*

La casa degli istinti

La linea del cielo
risciacqua una poesia
nella tua voce.
Io sto in ascolto.
Con il cuore da bambina
soffio l'infinito che si specchia
nell'aria
e rinasco nel sughero della tua bocca.
La casa degli istinti è vicina,
sotto la buona pioggia di un tremore,
dentro l'onda giovane di uno sguardo
senza misura.
Le mie labbra nascondono fulmini,
una sequenza di baci illuminati,
l'ossessione paziente
di un amore che copre intere stagioni,
zolle, orizzonti.
Cade passione su tutte le vene
e così vivo e ferisco di gioia
il fondo della memoria.
Ti vengo a cercare nella capigliatura
dell'anima e
ti trovo rugiada che veglia
piacere eterno sul pavimento
degli occhi.

*

I pazzi ridono di notte

Intorno a me follie bellissime
rovesciano la mente
e mi schiantano nel buio
ad imparare l'assurdo.
I pazzi ridono di notte
e non importa il gioco di una rima
o la croce di un mondo
che condanna.
Più ridono del rumore
del loro orizzonte,
mentre abbracciano ghiaccio
e confuse lacrime,
più intrecciano libertà
ad alberi e saggezza.
Pure il mio spirito
è gola e bocca
per carestie di ragione.
Noi, maledetti nel sangue
e nel midollo,
sappiamo rotolare tra gli abissi
e ritardare il grido della morte,
stringendo tra i denti altri cieli.

*

Il mio volo

Vita che piangi amore
nelle vene
agli angoli del silenzio
in disparte dal vento
corri a salvare
le ombre del mio cuore.
Non passare senza
lasciarmi il guscio
del cielo,
toccami con le tue croci
scottami con le tue piogge
sorvolami con i vulcani
del tempo.
Trattieni il mio respiro
in questa terra
fammi riflettere nei vetri
del destino
rendimi forte contro
ogni fulmine che invecchia
sceglimi per amare
il confine e le acque.
Ad ogni scalino d'ignoto
ad ogni strappo di luce
difendimi dall'invisibile
oltre lo spazio,
dalle linfe oscure che cercano
il mio fiato.
Vita che disegni
il mare nei miei occhi
respingi gli abissi
e scopri nel sereno
di un orizzonte
il mio volo.

*

Nei sepolcri

L'inferno quello che ci spaventa
dalle pareti confuse
dalle follie di fuoco
lo nascondono gli abissi
dietro rupi oscure
che ritraggono inganni.
S'alzano le fiamme
e i demoni trascinano
le anime, lasciate al buio,
in una guerra di agonie.
Come insetti avvelenati
i cieli scendono nel nulla
il sole non compare
le nuvole feriscono il vento
il mondo rotola
tra i piedi di una notte eterna.
Prima che un cesto
di ossa s'incendi e che
le memorie s'inginocchino
sulla cenere
nei sepolcri una folla di peccati
attende la luce di un breve
perdono.

*

Nei labirinti del cielo

Pare che il Paradiso
abbia tramonti di vetro
e tutto un mare bianco
che pronuncia silenzi trasparenti.
Vengono anime alate
a raccogliere nuovi destini
nei labirinti del cielo.
L' eternità si svela
al di là di un'onda,
mentre la vita dorme
indifferente.
Io come una cieca
non vedo l'evento
di una pace che nasce.
Sono sospesa al timore
di un non ritorno
e rimango chiusa nella paura
di obbedire allo sconforto.
Vengo da un'esistenza
di tentazioni e privilegi,
dal via vai di speranze e illusioni.
Ma mi avvicino allo specchio
che porta il mio nome
e senza opporre resistenza
alla mia immagine riflessa,
mi confondo nella luce
che abbaglia.

*

Negli angoli del vento

Mi tentano i cieli
ed il sorriso solitario
di una collina.
Sapermi il verde contagioso
che recita con la polvere
l'odore di una stagione,
mi lascia tremante lungo
le campagne.
Una goccia di me corre
dentro le linfe
e si mescola al turchese
di un destino.
Nella forza di un prato
trovo il mio respiro,
nelle strisce d'erba
vive il mio esile silenzio.
Stretta al corpo
di una foglia
tento di scoprire
la mia origine.
E solco il vuoto
affondando gli occhi
negli angoli del vento.

*

Non faccio altro che sognare

Non faccio altro che sognare.
Dentro una notte
numero le stelle
e parlo con le mie ossa.
Con l'aria di una tenebra distante
mi spalmo sulle colline stanche.
Sono solo una luna fragile
ed il mormorio del cielo
mi uccide.
Sembra un sogno, ma la voce
rauca del nero
porta l'impronta chiara
del giorno.
Non è mancanza di sapore
il colore nudo che lacrima
tra le mie guance.
Così mi cambio le dita
con una distesa di vento
e con gioiosa rabbia
scrivo l'alba all'orizzonte.
Ora posso scegliere
un lembo di terra su cui
giacere,
non è questa mente mia
che muore.
Non faccio altro che sognare.
E mi faccio divorare
dalla vita.

*

Dietro di te

Vivendo sopra i passi
di altri
coi volti smessi dal tempo
respirando vuoto e catrame
nella solitudine più gelida.
Partono da ieri le tempeste
di attimi
i fuochi caldi della paura
e solo gli immortali
capiscono il bisogno
di strappare le vecchie vesti
per un lembo di verità.
E' questo che ci manca, Dio,
la verità da impugnare
davanti alla croce
prima di sparire
in un fulmine di piena estate.
Ma troveremo la strada
per avere un sogno da stringere
in silenzio,
dietro di te, Eterno.

*

Nuvola

 Mi vesto d'istinto
nuda corro
nel calore della terra
che grida
battiti alla rinfusa,
intorno a stupore
e fughe di colore.
Si riflette
il mio volto
in un bagno di luci
mi vedo chiusa
nelle dita di una strada
a cercare l'umido
del mio esistere.
Sfregio le foglie
stringo le zolle
mi schiaffeggia l'uva.
Mi assento per un attimo
poi rovescio musica
ovunque,
pazza di cielo.

*

Al tempo dei giochi

Perdersi nell'onda molle
dei campi era un gioco
folle tra la terra e le ortiche.
Affondavo i piedi nelle buche
tra lombrichi stanchi di remare
sotto le foglie.
Era lo sparo del sole
negli occhi
a rompere il salto nelle erbe
selvatiche.
Gettavo le braccia ai rami
del cielo
spaventando il volo di fanciulli
alati.
Alte erano le mura
in cui salivo per affacciarmi
alle nuvole.
Leggevo le facce del mondo
nelle corteccie della strada
fischiando alle ombre,
come un domatore di specchi
sdraiato sulla polvere.

*

 

Ogni croce è l'eco del tuo sangue

ed il Tuo sangue, Signore,

ha urlato amore a tutte le razze

ha perdonato l'inferno e le forche.

Ancora ci parli dai prati e dal destino.

Nelle vertebre del tempo

oltre le volontà dell'aria

hai pietà e gentilezza

dei nostri midolli.

Sei altra vita dentro ai cieli,

carne di luce, uomo

che chiede all'uomo

di ascoltare.

 

<<<

 

Michela Zanarella è nata a Cittadella (Padova) il 01-07-1980.
Ha frequentato l'istituto tecnico commerciale Giacinto Girardi di Cittadella conseguendo il diploma di perito aziendale e corrispondenza in lingue estere nel 1999.
Inizia a scrivere poesie nel 2004 e scopre un talento naturale nella espressione della vita in versi. Ottiene parecchi premi a livello nazionale.
Ha pubblicato tre libri, il primo "Credo", ed.MeEdusa, il secondo "Risvegli", ed.Nuovi Poeti, il terzo "Vita, infinito, Paradisi", ed.Stravagario.
E' stata ospite alla trasmissione radiofonica di Rosanna Perozzo su Radio Cooperativa a Padova. Alcuni articoli sono presenti su quotidiani quali il Mattino di Padova, il Gazzettino di Padova, il Padova, la voce dei Berici. Ha partecipato alla trasmissione televisiva "Poeti e Poesia" di Elio Pecora su Televita, a Roma.


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letteratura
15 maggio 2010
Andrea Crostelli - Tagli di fontana, urla di Munch
 

ANDREA  CROSTELLI

 

 

TAGLI DI FONTANA, URLA DI MUNCH

 

 

Vivo di pazzia

e non è un vanto

un’ossessione

o un disonore

 

e come fili d’erba

la vedo crescere

e nutrire l’essere mio campo

e tagliare il cielo

 

con tante sottili lame di sofferenza

che sperano di aprire un varco

su cui poter passare

 

quaggiù

non posso far niente

per non essere calpestato

falciato diserbato

 

ma posso rispuntare

ogni volta

perché vivo anche di morti

 

vivo della pazzia

mia e degli altri

e mi nutro

dello sgomento dell’anima

 

… so che commuove il Creatore

la mia impotenza sulla terra

 

*

 

L’INVENZIONE FOSSILIZZATA

 

Un campo di nessuno,

una protezione. La pazzia è di chi

spaventato dalla realtà

si rifugia nell’assurdo dell’immaginoso.

E’ il limbo dei fragili,

di chi non sa violentare la vita.

La pazzia è un’arma a doppio taglio,

la usi per difenderti

ma poi è lei che ti ferisce,

ti esclude, ti taglia fuori,

ti allontana totalmente.

La pazzia è un’invenzione fossilizzata.

L’uomo può fare

ciò che non è in grado d’immaginare,

e in questo è uomo,

non nel porre delle misure/limite,

dei controlli psico/fisici

che sono sbarre d’ergastolo mentale.

Non è possibile assentarsi per molto.

Espandersi porterebbe all’ossessione.

Al pianeta non serve più

 l’adorazione dei pastori.

 

*

 

I matti mi hanno salvato

dal precipizio,

sempre pronti a soccorrermi

con eleganza,

come se la cosa più difficile

possa essere fatta con spensieratezza

 

l’allarmismo e la concitazione invece

così come una presa di posizione energica

inducono alla ribellione

allo spavento incontrollato

 

la leggerezza e la disinvoltura

toccano gli animi

e devi arrenderti

alla “saggezza involontaria”

che incanalandosi

negli antri della mente

imprime una volontà tendente

alle più ferree virtù

 

*

 

Come una madre

lontana dalle culle

non sento più i vagiti

delle mie creature

 

la stanza da letto

dove è possibile generare

piange per i figli

non concepiti

 

soprattutto di loro

si sente la mancanza

 

quando tornerò

si stamperà più forte

il loro rimprovero

sul mio viso

 

e riprendere la situazione in mano

sarà alquanto difficile

come una matita stemperata

di cui non riesci a fare la punta

 

mille volte ci provi

e mille volte si spezza

e il timore

che tutta si consumi

nel frattempo sale

 

affidi al coltello

o alla bontà della mina

la tua preghiera

sperando si apra in te

il varco del felice abbandono

 

l’abbandono alla cura

amorevole, all’ascolto

 

 

*

 

Pittore, poeta e critico d’arte, A. Costelli vive

anche l’esperienza di volontario con l’assistenza

a schizofrenici e oligofrenici.

Tale esperienza di vita qui la sublima in versi.

 

 

 


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letteratura
1 maggio 2010
amici poeti: Flavio Ballerini
 


POESIE DI FLAVIO BALLERINI
Pesaro – (1950 – 2006)

---

AD ANDREA CROSTELLI (sulla “balena bianca”)
Quelle navi per un attimo in aria
sospese nel fluido canale chiaro
d’altro tempo e mondo le vele bianche
sopra e attraverso la gioia il dolore
la passione piena di ogni colore
forte di fiaba di memoria e infanzia
Dove ti porta la balena bianca?
ma cosa gridano quei neri alati?
apre varchi colorati del sogno
e vedi che permane e viaggia
lungo un aperto altrove
tutto pieno di grazia nel colore
che danza e che ti…chiama
                                              
   Flavio

*

Da qualche onirico terrazzo bianco
stazione ottica dei sogni aperti,
ancora ritransitabili a notti
inoltrate su crocevia
ove solo il soprassalire muta,
quei bianchi terrazzi ov’ero lì e altrove
insieme, affacciato su altri sogni
immortale e in medesima luce
nel lieve stupire primaverile,
vissuti con la materia dei sogni
eppure ricordati come eterna
promossa felicità!
         Vissuti davvero quando ritorno
sorpreso improvvisamente in balìa
inafferrabile intemporale.
                      
30 marzo 2003

*

Grigio che confonde cielo e orizzonte
consuma la collina nel risucchio
del suo verde umido già digerito
dai moli di sera una rosa luce
lacrima oltre la campana velata
traspira sangue un cosmico delitto
per pochi minuti o un parto divino

*

Libero dentro il guscio e solitario.
Ho sentito tutti i miei cari morti,
mostratogli la fonte del disagio
come infelice fuori dall’intero –
fuori dopo la pioggia miagolava
come un grido di dolore nell’aria
mutata e dolce una gatta d’amore
lo strazio che non puoi non ascoltare
Non mi resta altro che essere presente
oggi dentro e dopo tutti i congedi
Sopra il ponte del Miralfiore l’aria
disse d’esser la vita del pianeta
oltre l’umano. Tutto muta e si può
uscire dalla propria forma un poco
e in quell’allora nell’oltre guardare
e accorgersi forse di un altro fare…
Umili e leggeri oltre il terribile               

                                               Flavio

*

Mai mi sono sentito così solo
Ed è una notte così bella nera
e luminosa di luna crescente
con tutto il cielo la stella più grande
si avvicina se la guardi alla terra,
l’aria è fresca e gli alberi della piazza
tremolano un’onda frusciante efferve
ovunque e il piacere di questi attimi
offre di starci insieme anche nel sonno.

*

Non si sa dove se ne sono andati.
Ed io non sono da allora più io.
Né confuso conosco quel che resta
nella scia di scomposti agglomerati
svaniti via, sol qualche monca memoria
qua e là nella geografia del vuoto
Appariva come una penisola
(ben ancorata a solida storia)
poi smisurabile fu il suo confine
ed arcipelago che s’allontana.
Per dubbie derive. Non sono più io.
Mi sembra un bel po’ che mi cerco.
Fu quando la corrente si raffreddò;
Ad est del golfo non c’era più sale
fiumi d’acque dolci scendendo dai poli
le primavere incerte svanivano
il ghiaccio avvicinava tutti i cuori
sorrisi si stampavano di pietra
sospesa come nel gatto di Alice.
Segni d’allarme, sogni suoni di chiurli
campane gufi inascoltati ed urli
furono disseminati nel tran tran
………………………………..                           
                                                   Flavio

*

(Per Kostas Kariotakis)

Per compensare tutto questo sole
d’aprile leggerò un poeta triste
la cui luce diverrà meno tetra
più attutita la vacuità del giorno
Resterò con i versi come in chiesa
- anche se dinnanzi a un inquieto mare –
in attesa che lo spirito aleggi
e come in una sentita preghiera
un angelo delicato e deciso
aprirà il cuore alla più pura pietà
Questa è la carità che voglio offrire
alla spirale nera dell’anima

[finalista al Premio “Paesepoesia”,
Belvedere Ostrense 2005]

*

Pure come invisibile radice
sorprende ai varchi un puro domandare
ove l’alieno allea forma che muta
oltre il noto che si infissa vorace
cibo a perpetuare la stessa fine
l’uguale fuggire il Logos vivace

(a Felice Serino su “L’ombra”) *
         11 luglio 05                                                  

Flavio Ballerini


*

Non ricordo se riflesso dal vetro
o se fu folgorazione dell’ombra
o se vidi me specchiato dall’alto
per un istante nel limpido fiume
ricordo però la curva del cranio
le linee assorbite di schiena e spalle
io vidi ciò che mai prima non vidi 
il profilo la posa in un unico
familiare ed estraneo interrogare
il mondo intero attorno
come la parte chiede al tutto cos’è
io vidi di mela formalo stampo,
vivo, fatto di antica attesa, forte,
come non fosse tutto quel che non è,
stampo dell’antico a sé, il doppio
il precedente
impronta emersa dall’ombra nell’ombra

*

Tutta la notte sogni ruotavano sulla poesia il poetare
Sono giunto là dove nasce il vento
alla curva del sogno
all’esterno pervade l’aperto
 - da sopra le curve degli alberi
nell’inoltrato rimbomba
in altro modo il tempo                           

       dicembre ‘01

*

Fra qualche grado del terrore
di sapersi mortali
e la meraviglia di essere vita.
Amare come vincere la morte
silenti in viaggio dentro lo stupore
- ehi! ce l’ho fatta! non sono caduto! -
verso il sorridere il respiro
entro l’inquieta memoria dei mali
Nell’assenza dove l’io scompare
come protezione si custodisce
la luce viva del sognare…
                                                                 
         26 ottobre ’05
 
        Flavio

*

Poesia

per viaggiare nella parte destra
gettando ponti dall’inconscio
a centottanta gradi l’arco
teso a raggiungere la sfera
                                                       
   17-11-05

                                      Flavio

 

***

 
NON IMMAGINO VOCAZIONE PIU' BELLA

Non immagino vocazione più bella, talento o dote più preziosa e importante di
quella che riesce a prendersi cura degli altri in modo spontaneo e naturale, una
grazia e una direzione come conduzione migliore di vivere, come appartenenza
alla salute e alla sua promozione; un darsi, un dare il meglio di sé è giungere
al miglior dono di sé che non può che espandersi, come l'amore, come un'arte.
C'è qualcosa di più grande nell'arte, di più potente nell'amore? E ciò può
confinarsi per una sola persona? può bastare una direzione di ciò nella coppia,
che sappia, almeno, intravedere non dico la felicità ma la pienezza di un vivere
una vita che – non importa se segnata da una destinazione nella insopportabile
stazione finale del nulla eterno (un'idea che mi è tuttora insopportabile,
concepibile solo quando l'idea si associa alla paura) oppure se creduta per
qualche fede o per esperienza mistica solo una provvisoria storia che approderà
in altri regni o all'immortalità – è una vita (vera), trova continuamente fonte
e orizzonte?
Prendersi cura di sé come di tutto ciò di cui questo sé è, tutte le relazioni di
cui è fatto, questo può avvenire solo contemporaneamente; cioè è possibile
giungere alla fonte del sé e all'essenza dell'essere se riconosciamo e viviamo
consapevolmente gli intrecci vitali di cui il proprio sé è costituito e vestito,
viva luce a tutte le relazioni che ci compongono e l'umile e, se possibile,
amorevole sguardo al limite, all'ombra, al male, che ci conduca a compiere un
gesto, trovare ciò che può accogliere (forse tutto), un cuore dove la meraviglia
prevale?
La vita se non è un miracolo muore.


SALUTARE E SALVARE

Un giorno si disse: "Basta,
le mie ferite sono guarite!"
e non fece altro che vedere
e ricominciava a vivere
e guariva davvero
e qualche male liberava
vivendo

FLAVIO BALLERINI
Pesaro – (1950 – 2006)


[da: “Emozioni maldestre”, 2007]


***

Ricordando Flavio

Se io posso dirti  son io ascoltami
sono innamorato del tuo ascolto
e della tua vera voce
E tu mi dici che la tua vera voce
non è quella vera ma una fra le tante
Io so che rideremo insieme
e la risata risalirà i sensi
come il suono di una cascata
su per le valli dell’Acquacheta
                            anche gli abissi
                                        rideranno


Flavio Ballerini

*

Bibliotecario, filosofo, libraio nel campo delle teorie e terapie olistiche,
poeta, scomparso improvvisamente il 3 dicembre 2006
pubblica nel 2001 "Versi licantropi" che raccoglie poesie e prose e che diventa,
in collaborazione col musicista Michele Donati uno spettacolo teatrale e un CD.

Così lo presenta il poeta-pittore Andrea Crostelli

"... a Flavio la filosofia non bastava e si lasciava sorprendere dalla poesia....
che la poesia lo cogliesse di sorpresa era una delle sue aspettative maggiori,
un desiderio che alimentava i suoi sogni..
la sorpresa scaturisce a volte dalla magia di un imput che giunge dall'assonanza
di alcune parole..o dall'allitterazione,... o da parole che ritornano con
significati diversi o che, nominate, sono ripetute spezzate....
La sorpresa fioriva incessantemente dal suo innato stupirsi, con l'entusiasmo di
un bambino....lo spirito del poeta è tenere alla poesia le porte aperte sempre,
tenere alto lo sguardo, drizzare le antenne e rimanere in quello stato di
leggera insofferenza che sta nelle tensione continua dell'ascolto...
La poesia è stata per Flavio la Madre-guida del suo esistere....così gelosa da
volerselo tutto per sè"


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letteratura
17 aprile 2010
da Cospirazioni di Altrove (1)
 

 

Felice  Serino


Cospirazioni  di  Altrove

-sospensioni trasparenze echi-


2010

 

mistero l’Altrove
da cui si parte / di cui si è parte

 

miracolo d’amore – fuori e dentro
noi – la vita che si apre: cospirazioni


*


A STEPHANE MALLARME’
 

tenue rosa d’albore

nel cuore fiorite di cielo

*

HO SOGNATO DI ESSERE TRASPARENTE

vortico in un vento
di luce

da fenditure di un sogno
spio il mondo

*

CONSAPEVOLEZZA DELL’ESSERE

tanto piccolo sei e disperso
come pulce sul dorso di un mulo *

ma il cuore che non può morire
infiniti universi racchiude


*da una frase di Erri De Luca
intervistato dopo il terremoto di Haiti

*


EMANUEL  SWEDENBORG

lasciami entrare nel tuo sogno
adesso che col soffio di Dio
ne scrivi pagine ineffabili
pensieri pettinati di luce
eccelsa danza dell’aria
dalle labbra della notte stanotte
mi pare udire da un-dove-che-non-so
una sinfonia da musica delle sfere

lascia emanuel che entri
nel tuo Sogno

*

NELL’URLO

(mercoledì delle Ceneri)

nel giro delle braccia
le acque del mutamento – le mani
a impugnare il limite

penetrare in sé
nel profondo – eredità
di cicatrici – dove si tende
una strada nel cielo

rigenerarsi nell’urlo
della croce

*

UNA  LUCE

non sarai tu a scagliarla la pietra
che negli anni sfasati
più d’una volta tornasti contrito
a casa anche se non ti fu
ammazzato il vitello grasso
che ti specchiasti nel fondo più nero
del nero anche se non s’udì
canto di gallo quando
tradisti la vita spinto ad un atto
anticonservativo
che infine piegato
dalla croce una luce
a forma di un angelo fu
a strapparti dall’oscenità
del tuo tempo facendoti espandere
in un’emorragia di versi e di
energia positiva
che nel viola del tramonto
fosti padre e ora nel tempo
declinante sarà forse tua figlia
che ti farà da madre

*




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letteratura
3 aprile 2010
poeti amici: Giordano Genghini (Altri ritorni)
 

 

GIORDANO  GENGHINI

Altri ritorni

 
1.                                                                              
Sarà forse domani: con un fioco                                              
soffio di mani: un fuoco                                                        
   
di specchi spenti: accanto a me rimani                                          
     
ancora un poco                                                                  
                 
in questi specchi della pioggia, strani                                      
volti degli anni e dei millenni, persi                                          

come in gorghi notturni gli universi                                          
dissolti: e il vuoto inganno degli inganni                                  
ora al ricordo riconosce fine                                                   
 
di suono sordo divelto: e il segreto                                         
è in noi sepolto tra venti e rovine.                                           
                                                                                
               
2.
Navi d’unghie di morti: arcobaleno
infranto: lunghe prore luminose                                              
nello scroscio dei raggi chiari, ed acque                                   
e radure di mari                                                                
      
tra steli d’oro: e d’improvviso il soffio                                      
di cieli e stelle dall’immenso molo                                            
libera l’universo:                                                              
       
minuscolo, sul palmo della mano                                             
bianca, insetto di brina: nel mattino                                        
fragile, al volo.                                                               
         
                                                                                
                                                                               
3.
Astrali azzurri nomi, luci fatue,                                               
             
petali tenui di rumore: graffi
di gesti, esile traccia                                                         
      
sulla pista magnetica del nastro                                              
assente:                                                                        
         
grecaggio della mente: e in fogli strani                                        
      
virati soli, corpi d’aria, voli,                                                
      
nidi di mani in alberi di veli.                                                 
                                                
                                                                                
               
4.                                                                              
              
                                                                                
               
Polvere d’astri limpidi e pianeti                                               
            
negli universi: rete                                                            
                                                  
d’aria labile, d’orme                                                           
     
s’intesse nel respiro e spersa smaglia                                          
     
il campo delle forme, nell’arena
di infiniti confini: oltre foreste
di mari e di pensieri, scroscia tersa                                          
e svanisce tra le onde la risacca
delle cose: l’immagine stupita                                                  

di germogli di stelle: e oscilla, pulsa,                                       
vacilla,                                                                        
             
viva fiorisce in cieli ed antri d’albe                                          
 
e giorni, voce chiara: ed oltre stormi                                       
d’orizzonti e frastuono d’ere, s’alza                                         
brezza di luce in neri spazi: ed ombra                                          
      
tra selve d’ali e suono nasce e muore                                           
     
di ritorni, di un cuore.                                                        
      
                                                                                
               
5.                                                                              
              
                                                                                
               
Lampade d’erba, e luci, e forme, ed ali                                         
      
di foglie, ferme:                                                               
        
dissolti solchi di zolle racchiuse                                              
            
in corpi, e bianche orme,                                                       
  
e nella notte lenta transumanza                                             
d’astri gelidi e nuvole, attraverso                                            
fiumi di spazi e valli d’universi                                               
  
celate: anse del tempo ossa di vento                                            
    
imprigionano in gesti: e freddi suoni
divelti
da sordo legno intorno: da millenni                                         
un volo
d’angeli e antiche vite, in muto stormo                                         
               
per i cieli,                                                                    
            
ove dorme nel sorriso                                                           
  
la fonte del pensiero: morta al giorno                                          
      
dei lampi                                                                       
          
la luce gonfia: e dall’azzurro sole                                            
notturno, d’improvviso ai campi irrompe                                  
sgorgando dalle vene dei sentieri                                           
la cavalcata degli alberi neri.                                                 
 
                                                                                
               
6.                                                                              
               
                                                                                
               
Spaurito, nel cerchio: intorno cerco                                         
un’ombra luminosa nella mente                                               
verde di limo ed onde: e un arco freddo                                  
affonda e affiora, e ancora                                                     
 
affonda, e rete smaglia, e serra il varco                                  
tra pensiero e respiro: e lento ascende                                         
    
al niente, mentre il giorno si fa sera:
sbagliava, primavera.
                                                                                
        
7.                                                                              
              
                                                                                
               
Pingue nebbia di noia: nervature                                            
d’ombre lunghe: ritorto                                                         
             
albero sopra la pietraia: adunca                                              
l’unghia della radice                                                           
     
raschia il fondale oscuro della mente                                       
e affonda, e in linfa langue sconosciuta                                        
     
-umido giunco timido allo stelo,
esile trama d’alito- e la foglia
dall’immobile riva, in bianco gelo                                              

a pena viva,
tra rami neri appare: e trema, e cela                                       
sguardi, e il volto specchiato: e d’altre foglie                           
infinito ricamo, labirinto                                                      
     
d’ignoto velo: il corpo della notte                                            
in verde cielo.                                                                 
        
                                                                                
               
8.                                                                              
              

Baia dell’ombra chiara: verde nave                                          
se n’è andata, la vita: ieri, ancora                                           
creta di risa spente: onici vaghi
di volti: ed ora, nera
presenza d’astri serici, riflessa                                               
            
sopra il mare del corpo: e s’innamora
di spazi interminabili la sera                                                  
 
pallida di paura, ed alta sorge                                                 
           
la vetrata confusa, e in prati d’ali                                            

sottile specchio di fiati scolora                                               
             
al tocco delle dita: e presa, chiusa                                          
nella gelida gola, nella roccia,
la voce attende il dono, la parola                              
rubata: squarcia l’anima sdrucita                                             
da forbici di refoli di vento:
strappa forme la terra, sole il sole                                           
nella cala delle ombre, dove cala                                             
la tenebra: ove l’osso                                                          
   
perora il volto bianco della mente                                            
e le file di denti morti: pietra,                                               
   
teca, cristallo freddo e muto, niente:                                       
tetro, il cialtrone intona uno starnuto.                                        
        
                                                                                
            
9.
                                                                                
               
Nodi di fredda seta e d’oro fuso,
nodi di nervi e chiodi ed urla e frodi                                         
all’improvviso sciogliersi: confuso                                            
aggrovigliarsi, forse,                                                          
     
di momenti e di menti:                                                          
              
ma intrecci di respiri, e anelli, e corse                                       
                                          
nel teatro di verdi reti: e un drago                                          
liquido lento emerge dai sentieri                                             
del vento                                                                       
         
nella fossa: ma tonfi d’acqua e brago                                           
     
nel lago dei pensieri, e suoni gonfi                                          
nell’aria grigia: nodi d’intricate                                              
             
gomene: ultimo segno                                                            
            
di navi e vele e cancellate tracce                                             
di presenze: ma non voli leggeri:
passeri neri nel cerchio di legno.
                                                                                
            
10.                                                                             
                                                                                
                                                                                
                           
Sussurri, vetri: cigolìo di stanze                                              
 
distanti: nel deserto dello specchio                                         
danze esili: e la toga                                                          
    
aperta che una mano obliqua lega                                          
nel riflesso è persona, e ad arco piega                                         
     
labile corpo assente, e nella gola                                            
cavo legno di noce una parola                                                   
         
pegno di luce, ancora                                                           
  
deriva nella gora: lontananze                                                  
d’un segno ancora, ancora d’una voce                                            
   
petali azzurri                                                                  
         
nel prato nero: nei muti sussurri                                             
ancora danze                                                                    
      
di maschere velate di sembianze.                                            
                                                                                
               
11.                                                                             
             
                                                                                
               
La pelle è di metallo: tocca, è fredda                                       
la bocca, e più non chiama, e lento scocca                              
vento giallo
d’ali chiare, il respiro: alle pareti
di foglie, l’universo nasce e muore:                                         
e nell’intrico d’ore agita il tempo
i cieli e il mondo, e sciamano le immense                                 
ombre del cuore.                                                                
     
                                                                                
           
12.                                                                             
             
                                                                                
               
Tracce di mani, vortici di volti                                                
  
tra piume di pensieri: ma di notte                                            
salpano: ma sarmenti                                                            
 
e sterpi e funi e la morta parete                                              
chiudono l’arpa nella quiete, dove                                        
rete di suono smaglia e strappa bianca                                          
   
mano di stoffa: e cadono comete                                            
soffici, sopra l’isola                                                          
        
di ciottoli e di soffi                                                          
         
lucenti, e chiara pace: ma il gigante                                        
azzurro, dentro l’antro d’aria, tace:                                         
in catene di nubi avvinto, solo,                                                
           
le lente onde non ode: e sono spente                                            
   
le navi e il vento nel deserto molo.                                       
                                                                                
               
13.                                                                             
             
                                                                                
               
Del vuoto ancora il grido: nell’ovale
risonante respiri: prati neri,
sonagli d’aria e argento e ferro, e cupi                                        
       
dirupi della mente
ingombrano i sentieri.                                                          
   
                                                                                
               
14.                                                                             
             
                                                                                
               
Vedi? l’angelo ride soavemente                                               
invisibile, in volo: in ombra lenta                                             
 
fragile rete di colori e fregi                                                  
    
e rami e rado verde
sul volto tenue, oltre galassie d’anni
e cieli: e, sola, l’isola, nel solo                                             
    
luogo vero presente, ora: quel volto
nel mare della mente.                                                           
  
                                                                                
               
15.                                                                             
             
                                                                                
             
Dunque t’attendo: per l’appuntamento                                   
nella nicchia di tenebra: le squame                                         
torbide nei cunicoli di rame                                                    
 
oltre grida e silenzi, in morti morbide.                                        
        
                                                                                
    
16.
                                                                                
               
Ombra di legno: strappa il velo, appare
d’improvviso: nel volo, nello specchio                                      
ricerca d’aria e d’acqua, balzo zoppo:                                          
      
universo-gabbiano in alto, cieca                                              
fuga, rapida corsa oltre le stelle                                              

d’ambra e granito:                                                              
    
ed ali aperte sul segno e l’intarsio                                           
di forme, a squarciatuoni:                                                      
 
ricaduta sul vecchio                                                            
    
pavimento dei suoni.
                                                                                
            
17.
                                                                                
               
E la tua mano mi conduce: ancora                                           
salvo: nell’aria candida, oltre il vento,                                       
         
la porta lenta s’apre nella luce                                                
           
musica, della voce: e nel respiro                                              
calmo, ti sento.                                                                
                   
                                                                                
               
18.
                                                                                
               
In gocce di cristallo le parole:
forse, i respiri: escursione veloce                                            
furtiva, foglia, voce: liberata                                                 
  
fuggiva, forma viva.                                                            
    
                                                                                
               
19.                                                                             
             
                                                                                
               
Il viso nella rete: smagliature                                                 
 
d’invisibili passi: bianche crepe
sulla parete: fra vicini volti
di specchi                                                                      
          
e ferro dentro il ferro, cerca afferra
antica luce estinta, mentre il tempo                                         
lo governa e imprigiona: invano atteso                                          
    
invano attende un nome: ingresso, uscita                              
nel buio angolo bianco, ala indecisa.                                       
                                                                                
               
20.                                                                             
             
                                                                                
               
D’improvviso, ecco irrompono le immagini                                
e sguardi fra le porte                                                          
    
spalancate, infrangendo il nero vetro,                                          
      
fra voragini gonfie: e ruota sorte                                             
d’acqua, fuoco, aria, terra:                                                    
 
ogni risposta è ignota: e mai c’è morte                                         
     
in questa guerra.                                                               
     
                                              
21.

Nel corpo imprigionata si dissolve
la voce d’aria chiara: oltre la chiglia
della luna, s’avvolve
nero limo salmastro:
e sopra il lume rovescia la sponda
e in strepiti di schiume affiora e affonda
nell’acqua: e sulla riva, la lucerna
rivela il freddo palpito degli occhi
spalancati: e la carta dei tarocchi,
cifra delle onde, segno
lastricato di mani, alla taverna
precipita sul tavolo di legno.
 
22.
 
Tu non sai cosa cela l’alta porta
rinchiusa: nelle stanze più profonde
dove l’alito è avvolto nelle squame
e la traccia di luce non conduce
che a radure
sorde: tu parli, avvolto nella scorza
del volto, della forza: ma non eri
nel recinto sepolto, dietro i neri
ricami d’onde: tu bonsai, ma parli,
forma conclusa: ma oltre le pareti
solo la tua domanda ti risponde.
 
23.

Sento il peso del corpo, e dure zanne
sorgono a un tratto nella gola: siedo
e segni vedo e cerchi in pietra, e attendo
l’urto profondo
del sogno oscuro: irrompe, è spento il mondo
nella sera che incede: e il cielo vola
spinto dal nero vento
tra false nubi: e sbuffi
di canto, e strane stoffe, e stretti passi
sul legno dei pensieri: oh! Il soffio attuffa
ciuffi e glifi di rose,
e in groviglio s’azzuffano le cose.
 
24.
 
Fa’ che non torni il giorno dai contorni
torvi: l’uscio si chiude, grigia grata
imprigiona la mente:
dov’erano le onde, sordamente
sciambrotta la belletta negra, e gridano
corvi, anime perse alla deriva:
oscilla nella stiva della notte
il vascello sepolto
nella rada… ma ora
ascolto ali ascolto mani ascolto
il ruscello ed ancora ascolto i verdi
coralli nella tersa acqua del volto
sconfinato: e le dita mi attraversano
e il bosco folto dei respiri ascolto
e foglie d’aria e sussurri: e si perde
fra monti in oro e azzurro
la parvenza del palpito: ossa e mura
di paura e di assenza
crollano: e immensa altura è cielo verde
dissolto: rispecchiato, il volto dura
nel mare d’erba pura, capovolto.
 
25.

Il gigante seduto: nella sera 
stormi di luce fra le guglie grigie
della stanza, e silenzi
dentro l’ombra, nascosti:
e sguardi e suoni e falsi cerchi d’oro
tra siepi di velluto: like a bird
on the wire, tace, ascolta, è fermo,è solo
il gigante, di spalle: oltre le grigie
luci, intricate tracce di rumore
nella stanza:
e dischiude la mano il lento volo
oltre le tende e il tempo,a oggetti e spazi
confusi, nella stanza ingombra: e intanto
controluce, il gigante, in lontananza,
visto di spalle, è solo, è vecchio: obliqui
nella curva penombra, oltre lo specchio,
segni: immagini, forse, di un istante
presente, che non muta: forse, nera
nebbia distante.
 
26.

Sembianti inermi, valichi di specchi,
nuvole d’occhi, fermi
nei volti: mormorio stanco di maghi
e fiati di flauti
varcano i sogni folti: e cauti draghi
in vacillanti luci di voragini
chiare, e laghi d’immagini
in cieli capovolti.
27.

Oceani s’avviluppano irrequieti
nel sole, oltre le mani: la brughiera
… the moor
is dark: gelide reti nella sera
svanita intricano rami e pensieri
umidi, e l’aria spenta
incaglia strappa arronciglia: e le dita
la fossa d’acqua attende: al passo breve
fiorisce ghiaccio il prato, bianco d’onde.
 
28.

Semi di nebbia, nodi d’oro e fiamma
e onciali segni: mura alte di sogni,
lame di luce viva oltre la riva
nascosta: al sole correre, e negare
e la risposta,e l’ombra,e il cielo,e il mare.
                                   
29.

E invano cerchi il centro, invano cerchi
il varco in sogno vano:
la nave è morta foglia oltre la soglia
del niente,ed oltre il foglio è già la mano:
segretamente, in cerchi, guardi assente
fra specchi di metallo e nere danze
ripetute… non alberi d’argento:
chiome di fumo e maschere di vento.
 

30.

Riccioli verdi, eh, dici? e non capisci
se scherzi:
se, riccio aperto, lieto ti diverti
in brezze e in versi, o versi in frasche d’acqua,
in fontane: o in capriccio,
fruscìo d’uccello: guscio
sottile aperto, oh bello! e dietro l’uscio
riaverti:
credimi, cose strane,
spruzzi barocchi, verde
guizzi di crine alpestre:
occhi, trine, finestre.
                                                                                
         
31.
                                                                                
                                                                                
          
L’urto del vento lacera la vela
in ventagli di neve, e nella nera
luce scoscesa, beve
l’ombra fonda del sole: ed onde bionde
indorano ora i raggi: il fiato lieve
del giorno, ora rinato,
induce ad altri viaggi: ad un ritorno
oltre le porte
dell’oceano dei sogni, a navi e legni
di raggi d’oro, d’intrecciati steli
in luminose gomene ritorti
fra le sartie ed i veli: oltre le bolge
e i viluppi del porto,
dirupi, valli, gelo avvolge il sole
in bianchi nastri, e nubi strappa il vento
aggrovigliando i vertici dei monti
nell’acqua antica, in chiari
vortici: e soffia, e travolge strinati
relitti di tramonti, cieli ed astri,
tra spirali di mari.
32.

Ora le tempie sfiorano del tempo
stormi di luci
e il mondo tace, ed intendo sul volto
un ventar d’ali, ed al chiarore stanco
densi rami offre al volo
l’albero della pace: e di polito
argento ricamata alba riluce
ed ornano le notti
nubi di seta e d’oro: l’universo
s’apre, morbido, in musica infinita
e forgia forme
di resina forbita ed aria, e labili
orditi di lucenti filigrane
e d’azzurri velami: oltre la soglia
invisibile, s’apre e corpi schiude
tra lievi tracce
di luce immacolata, dove giace
l’ombra abbracciata al sole: dove dorme
nella nicchia, la voce
e dita brune tessono le foglie
e i germogli del cuore
dischiude in noi, donandoci monili
d’ultimi astrali voli
di nubi e seta ed oro e di respiri.
33.

Ecco, il mio vuoto colmano le immagini
vuote: ringrazio, antica sera, il dono
ripetuto, lo stampo delle voci
di maiolica fredda, il morto suono:
qui, nella mente, io abito, lo vedi,
amica: un sordo saio di pensieri
ricopre il corpo-mare: e la tua luce
arabescata, lucciola sul niente.
 
34.

Ma ora ascolto te, mia cara, amore:
nella selva dei volti e delle mani
aperte: petali d’alito, stami
di lievi sguardi in fiore, e bianche perle
di sillabe velate: e nel vederle,
cieco, dorme stasera
il vento dei pensieri: ascolto voli
molli, di suono ed eco: calma attesa
d’accese luci, folli
soffi di sogni nell’aria distesa.
 
35.

E tu chi sei, che appari nella strana
bellezza umana? tu che pari vento
quando ti sento: e il lento
cerchio s’apre nel cuore: e nella mente
il dubbio tu riaccendi sull’oscuro
veto del tempo, oltre il muro ed il vetro
strinato del futuro: e taci, e ascolti,
e sciogli il velo che imprigiona i volti.
 
36.

Ritorna l’ombra della croce: a monte
cigola il ponte teso sopra il cielo
dell’istante, riaperto alle domande
e il segno eterno, minuscolo e grande
dell’universo, è lucciola alla mano…
Non mi seguire: non so come il mare
delle forme s’addensa in tempo umano.
 
37.

Suono di lente corse: nello specchio
invisibile, forse,
altre strette di forze, e fiati, e mare:
ma corazze di corde, nel volare,
imprigionano le ali: e il tempo morde
l’altra luna: nel secchio, dietro il tempio
di morbido metallo, occhio del niente,
la gabbia d’aria e ferro della mente.
 
38.

Ci rivedremo? v’ha accolto la sera,
cari: non forme o suoni, aria leggiera,
orme di luci spente nella vita
svanita, fiori ed erbe
che verde primavera in soffi sperde.
Siete svaniti: insieme, oltre la chiara
ombra del cielo: e vi ricopre il velo
sollevato sui sassi e le acque e i passi
del passato: tornati oltre le porte
che il vento d’oro ora chiude, e la morte
suona il dolce suo flauto, nel ritorno
della notte lucente, ala del giorno:
di voi mi resta un suono
assopito, di immagini: presente
nella pianura chiara della mente.
 
39.
 
Voglio restare accanto a te: non voglio
perdermi in canto giallo
fra rondini nel cielo di cristallo
spezzato: voglio toccare le mani
ed il volto, e la voce: ora, domani,
mentre il sole ritorna e erba di prato
germoglia: e nuovo è il tronco, lieve
trama di corpo, e verso il giorno viene
giovane,e già s’inoltra nella vita
il figlio da noi nato, e andiamo, insieme,
cercando una speranza senza fine,
tra grida di battaglie sul confine.

Sarà forse domani: dalla sera
si schiude un’altra notte: ora riposa
lo stormo inquieto di forme e di mani
che irrompono nel volto cancellando
i ricami dell’alito e le orme
di luce: è notte, ascolto
le sillabe del cielo, e le alte stelle,
e le bianche acque calme:ascolto il vento
ma è terra il corpo e trema, argilla nuda:
è cava tartaruga il tempo: dorme
su un azzurro guanciale nostro figlio.
E’ lontano cento anni il nuovo giorno
e un miliardo di secoli il ritorno
dall’esilio.
 
40.

Dimmi tu chi era in preghiera: chi c’era
nella luce tua prima:
dimmi chi c’era, prima del respiro,
nel mistero tuo vero
oltre il chiarore teso sulle soglie:
dimmi chi s’era celato, chi c’era
tra velami di foglie e rami e rose
di vita che destando forme e cose
s’aprì nell’alba nera: ombra di mani
bianche, in paziente attesa
di onde di primavera nel domani.
 

Monza - Maggio 1994 [edito in proprio]
           
                                                                


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letteratura
21 marzo 2010
poeti amici: Michele Piovano
 

MICHELE PIOVANO

Da: VIBRAZIONI

Edizioni Del Leone, 2010

Dalla sezione: Inquietudine di sguardi

ALLA FINESTRA

Non lasciare che il mondo resti fuori:

c’è una finestra nell’anima

aperta anche alle rive deserte

mangiando sabbia e vento

mentre si anima il giorno

e la mente libera il respiro

di cose avvinghiate al silenzio.

Cerchi un passaggio

fra le tracce che vanno e si confondono.

Insiste la mano che vorrebbe

adeguarsi all’estraneo

svegliando la pelle

con una esplorazione a palmo a palmo

che sgeli ogni voragine.

*

RADIOSCOPIA

L’incontro è un nodo

che riposa sul petto

o nel disincanto della vernice.

Vorrei unire

con un filo le indagini

di un amore in bilico e la crisi di un sogno

privo di maglie

fin nei luoghi più riposti,

avanzare dunque lungo le rotte

digiune dietro il vento

dai tanti sorrisi che penetra

nel silenzio oscuro della carne.

Da non so quando vado con durezza

e morbidezza tra la folla

dei miei simili

in cerca di me stesso.

*

COME L’OMBRA SULL’ERBA

Niente accademie, solamente punte

di primati, il dinamismo lubrifica

penetrando profondo nel derma.

Tempo di fibre ottiche

e tu corri nella tua solarità

piena di vento

che agita gli alberi.

Onde di un mare nuovo,

fiocco che palpita e sale cantando,

mentre si sciolgono gli occhi

davanti a un mondo da scoprire.

Non c’è tempo per trovare una mappa

che non sia un elenco di dati,

di motivi senza domani.

Ti aspetti un altrove che viene e fugge

come l’ombra sull’erba.

*

dalla sezione: Note urbane e suburbane

SERATA ALL’OSTERIA

Piccole derive verso il fiume

e fra la nebbia imperturbabile.

Ti arresti davanti a un’insegna

che ti invita all’amicizia.

La notte accende i desideri:

amore e pesci fritti,

carne viva che veglia e tutto è vivo intorno,

una moltitudine di inviti

anche se niente ci appartiene

e i segni annaspano all’aperto.

Quando il buio brucia le barche

le forme tentano

di ricomporsi e la guancia lievissima

affonda la sua pena nell’acqua.

Vorresti l’immagine innocente

ma biancheggi senza sentimento

fra nidiate di glicini in terrazza, anche se

la scritta “sta in quel tanto che rivela

e in quel tanto che nasconde”. Domani

ti troveranno addormentato in una storia

di volti e di fatti sognati

lungo i viottoli segreti della mente

appena i galli beccano il mattino.

*

ANAGRAFE

Il mio esistere è imperfetto, ma resiste

e resta senza testimoni

tranne i dati all’Anagrafe,

già casa dei matti. Come adattarsi

a un ambiente senza remissione?

Ogni essere viaggia in modo differente

respirando la nebbia del verde

se il sogno vivo esala dal terreno

e il corpo annaspa fra i terminali

che battono sul foglio, come

una dichiarazione di guerra o una incerta

schiarita di tregua.

Poco lontano sostano i morti viventi

e una strana luce li attraversa,

come quella dei matti in giardino

-così il loro paradiso-

da cui sono stati sfrattati.

*

dalla sezione: Sottofondo

FINO ALLA RIVA

Ora del tramonto sul lago: affiora

una fila affilata di denti, la voce

liquida mi giunge fino alla riva.

Due mani mi parlano parlano

prima di perdersi

nella dimenticanza di altre due mani.

Vorresti afferrare ciò che fugge

senza esserne travolto.

*

LA FELICITA’

Il tuo nome scolora,

oggi è assente, felicità

che brucia le distanze, rabbia

amorosa in quel bar,

pesci che brillano

nel fiume gonfio di effluvi.

E’ rimasta soltanto la dentiera

per ridere ancora nell’aria settembrina

e un po’ di tristezza, rumori

sbiaditi di stoviglie. Tu taci

dentro il silenzio

di “quel dolce paese che non dico”.

Da tempo ho messo la tua fotografia

nel vuoto del cassetto.

E così sia.

*

dalla sezione: Incursioni nel verde

SPERANZE

Non ti conosco, anche se

il cielo ti dona un’acqua luminosa

e dagli occhi cola pioggia dalla pioggia.

Se la ridono gli angeli

durante il temporale che insiste

con delirio febbrile. Il flusso umano

si allontana, ma io rimango qui

nel fango dell’orto - come sei bella

sotto la maglietta bagnata,

ogni forma battuta dall’acqua

si ricompone intatta allo sguardo

e un’altra speranza si affaccia e vive.

*

dalla sezione: A ruota libera

RISVEGLIO

Odore di muffa, d’un piccione invecchiato

dentro il muro, l’ora vorrebbe uscire

dall’eco rauca che arranca nel buio.

Schioda la muta dimora, le vedute

nascoste dalla foschia tanto che

le punte potate degli aceri

additano una luce nuova. Il giorno

è il grido di chi nasce un’altra volta,

prova più che prova è realtà

di oggi di domani per un timpano d’aria

cresciuto in libertà

ignorando la gravezza delle mani.




permalink | inviato da labsang il 21/3/2010 alle 17:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
letteratura
6 marzo 2010
Poeti amici - Andrea Crostelli
 


ANDREA  CROSTELLI

Da: "IL CONTENITORE DELLE NUVOLE" - 2001
Circolo Culturale La Gioconda - Ostra (AN)-

LA MUMMIA

La mummia del mondo
non può ascoltarti,
sei per lei
ciò che è lei:
un organo senza fiato.
Le giri intorno,
cerchi una fessura
... occhi persi
dal grande dolore...
la cantilena del delirio
è fumo che non si posa.

*

VASTITA'

Il trapezio della luna
è un disco volante,
sul rettangolo azzurro
colpisce di luce la piccola sfera,
al ritmo di ping pong
le risate nella vallata
sono il tuono sangue del cocomero,
la gracchiante eco dei corvi.
Solitario
voli airone
al tuo nido di polvere,
congelati occhi
ti troveranno mai
Sul treno della luna i vagoni delle nubi.

*

ARMONIA

Mi cala la notte sulle spalle
il pesante mantello oscurità,
pensante paroliere al leggio
sfoglia veloce libro di parole
sulla bocca del silenzio.
L'arma in più
è l'estasiante sorriso.

*

SEGRETI...

Vero ufo
spia accesa, il Sole,
scopre segreti al sorgere,
arrossisce il tuo sguardo,
timido ti volti,
ombra che tradisce
l'anima svuotata

*

VENTO CIPRESSO

Il vento cipresso
spiraliforme nuvola,
cuscino spiumato
ventaglio carezzevole,
dormitorio perenne
pacificato spirito.

*

LA RETE

Il letto del poeta
è un fiume adagiato di parole
dove scorrono i nostri sogni:
pesci che di tanto in tanto
saltellano al di fuori
all'aria fossile:
imprimatur versi
la cattura immortale
del pescatore.

*

"CARTA BIANCA"

 A Plinio Acquabona
 e alla sua poesia

Non sempre
così felicemente sera,
sciogliere grumi di poesia
nelle mie vene.
Esse son lì,
a gridare solo d'esser prese,
parole di sangue universale.
Spazio in "carta bianca"
l'invenzione e l'ecclimetro
succhia al poeta.

*

FIAMMATA

Spandermi fumo
mentre l'azzurro si spegne
e arde coniato il mar rosso.
Odoro già di cenere,
vedo consumarsi
il braciere della mia esistenza.
Dondolo vuoto in cielo
ascoltandomi sereno.

*

L'ATTO

L'amore è lasciarsi
succhiare il sangue,
è un atto di farfalla
che si posa lievemente
sulle spalle dell'Infinito.

*

L'ENERGIA CHE EMERGE

Il bosco dei frati
muove il suo cappuccio stasera,
come dentro una conchiglia
tutto il respiro del mare in tempesta.
Ma non c'è inquietudine
in questa mia Pasqua,
landa di rassegnazione.
Io gorgo torbido d'un fiume
col collo radar di struzzo
rifiato dal mio circolo senza uscite.
La fede è l'energia che emerge
per camminare sulle acque,
passare a porte chiuse,
aleggiare da risorti in cielo.


*  * *
Da: "DENTRO OCEANI"

(poesie e pitture per la Mostra
tenutasi a Belvedere Ostrense nel luglio 2008)

Oscuramento

Quanto mi spegnerei facilmente qui
all'ombra riarsa di un sole tagliente
alla memoria lugubre di un epitaffio immemore
quanto mi spegnerei facilmente qui
dietro il vetro che scompone il mondo
e ne clicca il suono oltre il suo sigillo
Loro son là per la strada maestra
e io di qua chiamo il mio maestro
che non arriva se non nella raccomandata di esistere.

*

Il ratto

Su questa carrozza dondolante
i cavalli, spossati, a volte si riposani,
sempre all'erta al morso del serpente,
alla rapina del fuorilegge.
Tutto ciò è il mare la nave le vele,
i tentacoli della piovra e gli agguati dei pescecani:
Terribili ansie a chi cavalca le onde,
insidie nascondono le acque
mostri per chi non può vedere.
Non gioca a carte scoperte l'Oceano,
luccicante il dorso che svia il tuo sguardo
pensi "adesso bara" e bara si fa paura.
Dubbi sulla sconfinata limpida onestà,
sincerità trasparente che non ha facce
se non la tua che vi riflette
l'anima sperduta inconsolabile dell'uomo.

*

Io sono sempre altrove

1
Ho ribaltato le mie case
e le mie cose in mare
lo faccio ormai da quarant'anni
ogni mattina quando mi guardo allo specchio
e vedo il vuoto più assoluto
piombarmi addosso
naufrago di me stesso
e della malattia che mi porto appresso:
l'ancora delle mie pazzie
gettata nell'universo senza suolo

2
Sbatto le palpebre
che si riaprono
nel nulla è cambiato
la mano del mondo
non sa dove sono
e non può afferrarmi
sono invisibile
come palpebre mute
che fanno meno rumore
e ancora meno presenza
della quercia che pensa...
io sono sempre altrove

3
Inoltrato dal silenzio
nel mare può vogare
il mio verso,
suono di bassa frequenza
ecoscandaglio di balena
parole viaggiano a lungo
sotto il braccio del mare...
... e il mare
sfoglia libri...
intanto smemorato
il mio viaggio
porta me altrove
senza rileggermi

*

 Ad Antonio Santinelli

L'onda, respiro del mare.
Soffiavano dalle nari i tuoi cavalli
un forte attaccamento alla terra,
un forte respiro di vento.
Voleva esser pieno il tuo passo
del giallo frumento verità,
dorato segreto dell'arte
a piccoli sorsi donato.
Appesa ai tuoi occhi e frapposta
l'atroce meridiana del tempo
fissava l'ora senza nome,
priva di sole e fughe d'ombra,
la somma di tutte le ombre.
Oggi guardo il pulviscolo dorato
nella fascia di luce: moscerini
in sospensione: catalessi del corpo
dell'arte, e penso a te, amico caro,
mentre passi ancora fra le nuvole
e sposti l'aria dei miei pensieri,
a te che mi gridasti aiuto senza voce...
riprendo a cavalcare in groppa
al tuo cavallo con la tua forza
in corpo, dopo che, per un attimo,
il tuo passo si fermò, il mare
ritrasse il suo respiro
e fu la secca.


* * *

Da "PAESI DI MARE"
Circolo Culturale La Gioconda - Ostra
Tecnostampa Edizioni, 2008

 11 novembre 2007

Concentrato
su una gamba sola
come un fenicottero
raggiungo
stasi ed estasi
e perdo così
anche l'ultimo appoggio
mentre la mente
porta lontano
nel giorno che fugge
dal corpo
e il corpo alleggerito
lievita sospeso
galleggia a mezz'aria
improvviso s'impenna
mette le ali e insegue
la mente già lontana
per riaccorparsi a lei
accettando l'eccezione
della gravitazione
al posto del consueto
toccare piedi a terra

*

Provvidenza

Sembra allentarsi intorno
il foro dei chiodi delle stelle
ma non v'è pericolo che cadano
oltre il mare che le accoglie
con il suo salvagente
resteranno a galla
oscillando ancor più nel loro tremore
ricordando il mio spalpebrare
muto e sperduto
così anche i miei quadri
protetti dalle ali degli angeli
non si staccheranno dalle pareti

* * *

Andrea Crostelli è nato nel 1963 ad Ostra, dove vive e lavora.
Collabora con diverse case editrici come illustratore,
fumettista, critico artistico-letterario. Espone le sue opere
in Italia e all'estero. Ha pubblicato varie raccolte di poesie, e
l'opera per cui ha ottenuto lusinghieri consensi dalla critica,
"Nei Mari di Melville" (Moby Dick, 2004).

 


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