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letteratura
10 luglio 2010
Giovanni Chiellino
 

GIOVANNI CHIELLINO

TELA DI PAROLE

Genesi Editrice, Torino, 2007

Pagg. 608 – Euro 20,00

TELA DI PAROLE

(Nell’ordito di Aracne)

Onda di voce nel mare del poema

la parola s’increspa, precipita, s’innalza

insegue tra le nuvole

il volo della rondine e del falco.

La luce dei tuoi occhi la confonde

tace sui fiori di magnolie e rose

bacia la notte, va da stella a stella

e incendia la lingua del poeta.

Danza sui campi aperti della Pace

e sul nero abisso della guerra

impreca e prega. Dischiude incerta

la porta della vita e della morte,

sonda il mistero.

G. C.

*

da Galateo per enigmi

(Genesi Editrice, Torino, 1988)

PERCHE’ TREMANO I CUORI

Perché tremano i cuori dei fanciulli

se rapidi s’intrecciano gli sguardi

quando l’ora del giorno si fa alta?

Perché morbide gatte

sotto lunare notte s’abbandonano

a lamentoso amore,

perché in acque limpide

s’intrecciano le anguille

e ritorna la rondine al suo nido

se crudele innocenza non lo rompe?

Questi misteri

sono i pulsanti angeli del sole,

i cavalli dell’ora che s’innalza,

poi viene il tocco muto

della campana a morto

e i perché si perdono nel vuoto.

*

SERA

Scivola il giorno

l’ombra si fa alta,

chiude porte il silenzio

nelle case

e il cuore oscilla

pendulo nel vento.

*

TOSSA DE MAR

Angeli bianchi su onde di luce

volavano all’orizzonte

e i cavalli del mezzogiorno

galoppavano su cime di fuoco.

Nelle conchiglie di sole

il vento nascondeva

i mantici stanchi e le fanciulle,

distese sulla rena, ascoltavano

fra le carezze degli amanti

passare il silenzio

su ali di sogno.

Ma il segno del ricordo si frantuma

e altro non so raccontarvi

di quel giorno stupendo

in una baia di Spagna.

Chi fermerà la ruota del tempo

se anche la memoria si dissolve?

Rimane lo strappo della tela,

la spola che non passa nell’ordito.

Allora la pupilla si dilata,

le morti si dispongono a catena

a legare due punti all’infinito.

*

SCIATALGIA

E’ in questo dolore

che acuto mi sorprende

che la morte s’impolpa

si fa compagna di viaggio

toglie vigore ai sogni

e gli occhi apre a dure verità

del giorno che si avanza

e come il fiume

stretto argine e alto rende veloce

e le sue acque getta e disperde

nel mare aperto così

spinge la morte il cuore

sui dirupi del tempo

nelle deserte anfore del vento.

Ma vibrano le corde del pensiero

e una parte di me che non conosco,

immisurata e vaga, trova la fuga

nell’accesa pupilla del tuo dio

e qui risplende di trasparenza e svela

in cifre chiare l’enigma e si appaga.

Così trova la vita nella non vita

il segno del suo verbo

e nel sangue che pulsa cresce il nulla.

*

NEL GIARDINO

Nel giardino seduti nella sera

le parole legate dal silenzio

lasciammo punta di stella

legare i nostri occhi,

adagiarsi la luna sulla fronte.

E guizzava la fiamma dei ricordi,

cresceva l’ulivo su bruciati campi

vaste fiumare azzurre

confluivano nelle nostre vene

ricche di vento e di mare.

Cavalli schiumosi

battevano zoccoli di luce

sui bruni passaggi dell’ora

e nello specchio dell’attimo che passa

volava il cormorano alto nel vento.

Sono i ricordi sguardo di bambina,

lieve come bianco di betulla

e oltre la siepe

non udita voce alza sospetti

e frana sulle rive del tempo.

C’è ancora la ginestra nel giardino

a profumare l’ultimo viaggio

ai margini del giorno verso l’ombra?

Risponde un suono cupo di cipressi

sbattuto contro il muro della notte.

*

da Daelalus

(Genesi Editrice, Torino, 1990)

IL GRANDE SPECCHIO

Tu mia onda, mio fiume,

mio profondo mare,

passo ambiguo del tortuoso andare,

stella polare per oscuro porto,

falce di luna a leggere il domani,

lume scarso per il mio cercare,

utero del mio riposo

e falsa chiave per moltiplicare,

conchiglia dove il tempo

s’annoda e non ha tempi,

fuoco per distruggere e creare:

io, tua brace viva e fredda cenere

tua sorgente e tua foce,

a te mi piego

mio silenzio e voce.

*

NEL TUNNEL

Una fessura nel tunnel

ci dà l’idea del viaggio,

una scheggia di spazio

invera la vita e la invetta

in un grido di sangue:

e brilla la bianca conchiglia

sul tuo viso di donna,

la voce s’annoda nel nome

e la tortora tuba

sulla magnolia in fiore.

Ritorna la notte e rimane

in un arco di specchio riflessa

una scaglia tremante dell’eco

di quel grido improvviso nel tempo:

è luce obliqua che scende

su ombre oscillanti

per vuote corde di vento,

è il nulla che passa in silenzio

e Dio tace.

*

VERSO LA LUCE

…………………………….

Non è retorica la morte come morte,

la morte per un guasto di percorso

nei mantici affannosi della corsa

è semplice morte che s’annoda a vita

come la vita che cresce dentro

e sfugge, la vita come sangue

come aperto ventaglio di ricordi

la vita che si copre di sudore

o sale come verga di dolore

è semplice vita che s’annoda a morte.

La retorica è negli orli

nei fregi del telaio:

gloria e successo sono i miasmi, i fiumi

le bolle di sapone.

La costruzione del Tempio

e la sua distruzione sono negli atti

nella spada affilata

nel fuoco alle porte

nei portatori di pietra

nella chiarezza del segno:

la fonte secca e l’acqua che zampilla

l’uomo sterile e l’utero fecondo.

La morte-vita è il chiodo

sfuggito al Grande Costruttore

la vita che perfora

l’essere e il nulla sul palcoscenico

dei tempi, l’urlo di Satana e l’indice

di Dio. Il resto è scena.

*

da Nel cerchio delle cose

(Genesi Editrice, Torino, 1994)

UNA PAUSA DI STUPORE

Da quali estreme lontananze

giunge la curva delle tue parole,

il puro cerchio che non si rivela?

Da quali deserti viene la fiamma

della tua bellezza

il sacro fuoco che ci divora?

Da profonda solitudine marina

cresce la gemma

dei tuoi chiari sogni,

dietro le chiuse porte del mistero

su abbandonati spazi di memoria

cerca il pensiero angoli di volo.

E’ un ritorno di perdute stelle

il colore delle tue pupille

e il fiore che profuma la tua pelle

ha radici nel tempo.

E sale il vento sulle magnolie

sale sul canto dell’usignolo

sale sull’arco delle tue ciglia

rapisce l’ansia delle domande

porta il silenzio delle distanze.

Al centro di un abisso

oscilla il cuore

ma Dio concede

una pausa breve di stupore.

*

FARFALLA

Mia anima vibrante nella luce

mia palpitante voce

sulla molle medusa del silenzio

mia pupilla ansiosa

sulla penosa fronte della notte

dove ti volgi Amore ti conduce.

*

NUVOLA

Mio misterioso andare

nel cielo senza meta

eterno svaporare

nel regno del silenzio

animala che cerchi

il vortice di Dio

mia timida sorgente

dell’acqua originale

malinconia di un sogno

che si tramuta in pianto,

bianca vela protesa

ai mari della luce

ala di gabbiano

distesa fra le ciglia

tremula di fanciulla

sublime metamorfosi

che sulla roccia altissima

annodi come in gioco

il vento l’onda il fuoco.

*

da Il volto della memoria

(Edizioni Scettro del Re, Roma, 2000)

IL CUORE

Incrostazioni, un cumulo di macerie

con la vita che scorre

fra sistole e diastole.

Il buio del vagito,

l’ala bianca dei sogni,

la lama del pensiero.

Un sicuro rifugio

la tua donazione:

fuoco di passione,

l’aratro, il seme,

nel solco fecondo

teneri virgulti.

L’autunno: un giallo precipitare,

il distacco, la morte, tanta morte

fra la prima e l’ultima diastole.

*

MARE JONIO

Morbida, tonda caviglia

sulla tiepida sabbia,

l’acqua scivola lesta,

la bacia e ritorna nell’onda.

L° solleva il capo ricciuto,

lo piega e comincia a cantare

un’antica canzone

che la giovane donna innamora.

Oh labbra sinuose del tempo!

Oh lingua che narri la storia!

Nell’aria azzurra si levano

stormi di secoli e ombre

dal chiaro cristallo del mare.

Corre la vela di morte,

bianco gabbiano la vita

la insegue, la sfiora

poi sull’albero ferma il suo volo.

Fanciulli giocano allegri,

hanno barchette di gomma:

esperti pescatori di sogni

senza ancora né remi;

sacerdoti vestiti di luce

sollevano al sole le mani,

riempiono di bianche preghiere,

di fresche parole lucenti,

di verdi pupille, di gesti innocenti

la bocca del mostro marino

che solca gli abissi del mondo,

ammassa la gravida notte,

percuote la terra, la scuote

con rapido colpo felino.

Poi l’onda ritorna tranquilla,

ribacia la tonda caviglia,

e alla giovane donna,

che sull’arco celeste del giorno

porta profumi di eterno,

bisbiglia pensieri

d’amore e di morte.

*

VENERE LUCENTE

Splende ancora la stella del mattino

nella curvata azzurrità del cielo

e sui cavalli rosei dell’alba

il giorno avanza

col vento di levante.

Si consuma la notte,

il tempo invade tutte le clessidre

e tu, Venere lucente

nell’occhio mattutino, siedi

nel cavo della mia memoria

e annunci, oltre le mura

dell’ombra e dell’oblio,

luce divina che non si misura.

*

PER LEI

Lei viene in tutta la sua bellezza,

viene dall’alba.

Porta la luce sulle mani,

negli occhi ha il cielo e il mare,

sulle labbra il fuoco e la parola.

Nel sangue ha raccolto

tutti i baci dell’universo

per baciare ognuno di noi,

ha raccolto il seme della fecondità

per sfidare l’Eterno.

Il melograno è il suo albero,

il suo fiore è il tulipano,

l’animale che le somiglia

non teme le tenebre,

la sua parola bussa

alle porte del pensiero e le apre,

l’anima ha chiavi luminose

e la notte si arrende.

Le sue radici sono nella morte

e raggiungono le brughiere del futuro,

nutrono pietre

finché non le sfiora la sua mano,

allora un volo d’ali invade

l’occhio del sogno

e le albe si schierano a Oriente,

sui gradini del suo altare

noi stiamo genuflessi, preghiamo,

e il vento della cancellazione

passa sopra le nostre spalle,

si allontana.

*

da Il giardiniere impazzito

(Genesi Editrice, Torino, 2001)

IL GIARDINIERE IMPAZZITO

Sradicare le ortensie e il rosaio,

eliminare i bulbi dalla terra,

tagliare il calicantus:

fredda inflorescenza nel cuore dell’inverno.

Bruciare la tuia,

atto sacrificale,

abbattere l’agrifoglio,

non posso vedere le sue rosse bacche

brillare tra le foglia;

sacrificare l’oleandro e il melograno,

purpureo fiore in forma di corona.

Bisogna fare spazio a cose

più importanti:

mine anti uomo, missili, mitraglie,

un’infinita varietà di armi.

Reticolati,

campi di concentramento,

fosse comuni.

Le salme già occupano

il centro del giardino:

uomini e donne,

i giovani figli uccisi

prima che cantasse il gallo

quando l’alba sfiorava i loro volti.

Dappertutto scorreranno

rigagnoli di sangue per innaffiare

i filari delle croci.

In tutti gli angoli germoglieranno

lacrime e tormenti e io

spingerò l’altalena della morte

verso l’Angelo pietrificato nel dolore.

*

IL PUGNALE DI CAINO

Brilla nell’ora del mattino

il rosso pugnale di Caino.

E’ l’eterno pugnale di Caino

avido di sangue e fertile di morte

che con torbida lama

attraversa le vene del tempo

e scende nel cuore dell’uomo,

accende falò, scava fosse

e alza croci sul dorso della terra,

traccia sui volti segni di dolore.

Questo è l’amaro pugnale di Caino,

l’affilato pugnale di Caino

che decapita i giochi dei fanciulli,

toglie i cavalli ai carri d’Amore

e costringe il giorno su strade di lutto.

Quando brilla il pugnale di Caino

chiuso è l’occhio di Dio,

sulle case straripano i tramonti

e le clessidre contano le assenze.

*

EPILOGO

I

Finito di tessere la tela

ci accorgiamo che trame e stame

si sono incrociate nel telaio del Nulla

catturando inutili apparenze.

Unica impronta certa

la malvagia mano che versò il sangue

sui sogni dei fanciulli

prima che scivolassero

nel vuoto della morte

inutilmente appesi

agli occhi delle madri.

[…]

da Nel corpo del mutare

(Genesi Editrice, Torino, 2004)

LE STAGIONI

L’azzurro Leone della costellazione

ha conficcato il dente luccicante

nel fuoco dell’estate.

Il poderoso zoccolo del Toro

ha calpestato le bianche riviere

del mitico Jonio

e l’aspra lingua della salsedine

si è allungata nella fertile valle,

ne ha sfiorato l’esuberante rotondità,

violato la calda profondità

nella tenerezza delle giunture

e nella vibrazione dei mille torrenti.

Ma i rapidi cavalli del tempo

fanno oscillare la bilancia delle stagioni

e il peso dell’autunno aumenta.

Sul crinale dell’orizzonte

l’arciere dell’inverno si prepara a scagliare

la gelida freccia nella polpa del sogno.

Dove sono le bianche colombe

sulla vetrata dell’universo?

E i bianchi cigni nel lago del cuore?

Dov’è il maestoso gabbiano

sullo scoglio genuflesso

nell’onda tempestosa?

Avanzano i lenti buoi della vecchiaia,

tirano il lungo carro dei ricordi

verso l’ombrosa soglia del silenzio.

Dove sono le gemme del mandorlo

prima della festosa esplosione

al soffio della primavera danzante?

*

da Tela di parole

IL CONCERTO

Il concerto dei passeri

sul Lauroceraso impedisce

il franare del cielo

nell’ombra del tramonto,

lo ferma in un sogno d’eternità

e io mi distendo

sul fiume sonoro

che va dall’albero a Dio.

3 marzo 2001

*

ANGELO

Angelo,

perché ti nascondi

dietro il muro della mia paura?

Ho bisogno della tua presenza

per attraversare la notte

della mia stanza.

Caselette, 20 marzo 2004

Giovanni Chiellino è nato a Carlopoli (CZ) nel 1937; risiede a Torino.

E’ redattore di Vernice ed è stato tra i fondatori dell’ Elogio della Poesia nel 2001.

In poesia ha vinto numerosi primi premi.


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letteratura
15 maggio 2010
Andrea Crostelli - Tagli di fontana, urla di Munch
 

ANDREA  CROSTELLI

 

 

TAGLI DI FONTANA, URLA DI MUNCH

 

 

Vivo di pazzia

e non è un vanto

un’ossessione

o un disonore

 

e come fili d’erba

la vedo crescere

e nutrire l’essere mio campo

e tagliare il cielo

 

con tante sottili lame di sofferenza

che sperano di aprire un varco

su cui poter passare

 

quaggiù

non posso far niente

per non essere calpestato

falciato diserbato

 

ma posso rispuntare

ogni volta

perché vivo anche di morti

 

vivo della pazzia

mia e degli altri

e mi nutro

dello sgomento dell’anima

 

… so che commuove il Creatore

la mia impotenza sulla terra

 

*

 

L’INVENZIONE FOSSILIZZATA

 

Un campo di nessuno,

una protezione. La pazzia è di chi

spaventato dalla realtà

si rifugia nell’assurdo dell’immaginoso.

E’ il limbo dei fragili,

di chi non sa violentare la vita.

La pazzia è un’arma a doppio taglio,

la usi per difenderti

ma poi è lei che ti ferisce,

ti esclude, ti taglia fuori,

ti allontana totalmente.

La pazzia è un’invenzione fossilizzata.

L’uomo può fare

ciò che non è in grado d’immaginare,

e in questo è uomo,

non nel porre delle misure/limite,

dei controlli psico/fisici

che sono sbarre d’ergastolo mentale.

Non è possibile assentarsi per molto.

Espandersi porterebbe all’ossessione.

Al pianeta non serve più

 l’adorazione dei pastori.

 

*

 

I matti mi hanno salvato

dal precipizio,

sempre pronti a soccorrermi

con eleganza,

come se la cosa più difficile

possa essere fatta con spensieratezza

 

l’allarmismo e la concitazione invece

così come una presa di posizione energica

inducono alla ribellione

allo spavento incontrollato

 

la leggerezza e la disinvoltura

toccano gli animi

e devi arrenderti

alla “saggezza involontaria”

che incanalandosi

negli antri della mente

imprime una volontà tendente

alle più ferree virtù

 

*

 

Come una madre

lontana dalle culle

non sento più i vagiti

delle mie creature

 

la stanza da letto

dove è possibile generare

piange per i figli

non concepiti

 

soprattutto di loro

si sente la mancanza

 

quando tornerò

si stamperà più forte

il loro rimprovero

sul mio viso

 

e riprendere la situazione in mano

sarà alquanto difficile

come una matita stemperata

di cui non riesci a fare la punta

 

mille volte ci provi

e mille volte si spezza

e il timore

che tutta si consumi

nel frattempo sale

 

affidi al coltello

o alla bontà della mina

la tua preghiera

sperando si apra in te

il varco del felice abbandono

 

l’abbandono alla cura

amorevole, all’ascolto

 

 

*

 

Pittore, poeta e critico d’arte, A. Costelli vive

anche l’esperienza di volontario con l’assistenza

a schizofrenici e oligofrenici.

Tale esperienza di vita qui la sublima in versi.

 

 

 


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letteratura
3 aprile 2010
poeti amici: Giordano Genghini (Altri ritorni)
 

 

GIORDANO  GENGHINI

Altri ritorni

 
1.                                                                              
Sarà forse domani: con un fioco                                              
soffio di mani: un fuoco                                                        
   
di specchi spenti: accanto a me rimani                                          
     
ancora un poco                                                                  
                 
in questi specchi della pioggia, strani                                      
volti degli anni e dei millenni, persi                                          

come in gorghi notturni gli universi                                          
dissolti: e il vuoto inganno degli inganni                                  
ora al ricordo riconosce fine                                                   
 
di suono sordo divelto: e il segreto                                         
è in noi sepolto tra venti e rovine.                                           
                                                                                
               
2.
Navi d’unghie di morti: arcobaleno
infranto: lunghe prore luminose                                              
nello scroscio dei raggi chiari, ed acque                                   
e radure di mari                                                                
      
tra steli d’oro: e d’improvviso il soffio                                      
di cieli e stelle dall’immenso molo                                            
libera l’universo:                                                              
       
minuscolo, sul palmo della mano                                             
bianca, insetto di brina: nel mattino                                        
fragile, al volo.                                                               
         
                                                                                
                                                                               
3.
Astrali azzurri nomi, luci fatue,                                               
             
petali tenui di rumore: graffi
di gesti, esile traccia                                                         
      
sulla pista magnetica del nastro                                              
assente:                                                                        
         
grecaggio della mente: e in fogli strani                                        
      
virati soli, corpi d’aria, voli,                                                
      
nidi di mani in alberi di veli.                                                 
                                                
                                                                                
               
4.                                                                              
              
                                                                                
               
Polvere d’astri limpidi e pianeti                                               
            
negli universi: rete                                                            
                                                  
d’aria labile, d’orme                                                           
     
s’intesse nel respiro e spersa smaglia                                          
     
il campo delle forme, nell’arena
di infiniti confini: oltre foreste
di mari e di pensieri, scroscia tersa                                          
e svanisce tra le onde la risacca
delle cose: l’immagine stupita                                                  

di germogli di stelle: e oscilla, pulsa,                                       
vacilla,                                                                        
             
viva fiorisce in cieli ed antri d’albe                                          
 
e giorni, voce chiara: ed oltre stormi                                       
d’orizzonti e frastuono d’ere, s’alza                                         
brezza di luce in neri spazi: ed ombra                                          
      
tra selve d’ali e suono nasce e muore                                           
     
di ritorni, di un cuore.                                                        
      
                                                                                
               
5.                                                                              
              
                                                                                
               
Lampade d’erba, e luci, e forme, ed ali                                         
      
di foglie, ferme:                                                               
        
dissolti solchi di zolle racchiuse                                              
            
in corpi, e bianche orme,                                                       
  
e nella notte lenta transumanza                                             
d’astri gelidi e nuvole, attraverso                                            
fiumi di spazi e valli d’universi                                               
  
celate: anse del tempo ossa di vento                                            
    
imprigionano in gesti: e freddi suoni
divelti
da sordo legno intorno: da millenni                                         
un volo
d’angeli e antiche vite, in muto stormo                                         
               
per i cieli,                                                                    
            
ove dorme nel sorriso                                                           
  
la fonte del pensiero: morta al giorno                                          
      
dei lampi                                                                       
          
la luce gonfia: e dall’azzurro sole                                            
notturno, d’improvviso ai campi irrompe                                  
sgorgando dalle vene dei sentieri                                           
la cavalcata degli alberi neri.                                                 
 
                                                                                
               
6.                                                                              
               
                                                                                
               
Spaurito, nel cerchio: intorno cerco                                         
un’ombra luminosa nella mente                                               
verde di limo ed onde: e un arco freddo                                  
affonda e affiora, e ancora                                                     
 
affonda, e rete smaglia, e serra il varco                                  
tra pensiero e respiro: e lento ascende                                         
    
al niente, mentre il giorno si fa sera:
sbagliava, primavera.
                                                                                
        
7.                                                                              
              
                                                                                
               
Pingue nebbia di noia: nervature                                            
d’ombre lunghe: ritorto                                                         
             
albero sopra la pietraia: adunca                                              
l’unghia della radice                                                           
     
raschia il fondale oscuro della mente                                       
e affonda, e in linfa langue sconosciuta                                        
     
-umido giunco timido allo stelo,
esile trama d’alito- e la foglia
dall’immobile riva, in bianco gelo                                              

a pena viva,
tra rami neri appare: e trema, e cela                                       
sguardi, e il volto specchiato: e d’altre foglie                           
infinito ricamo, labirinto                                                      
     
d’ignoto velo: il corpo della notte                                            
in verde cielo.                                                                 
        
                                                                                
               
8.                                                                              
              

Baia dell’ombra chiara: verde nave                                          
se n’è andata, la vita: ieri, ancora                                           
creta di risa spente: onici vaghi
di volti: ed ora, nera
presenza d’astri serici, riflessa                                               
            
sopra il mare del corpo: e s’innamora
di spazi interminabili la sera                                                  
 
pallida di paura, ed alta sorge                                                 
           
la vetrata confusa, e in prati d’ali                                            

sottile specchio di fiati scolora                                               
             
al tocco delle dita: e presa, chiusa                                          
nella gelida gola, nella roccia,
la voce attende il dono, la parola                              
rubata: squarcia l’anima sdrucita                                             
da forbici di refoli di vento:
strappa forme la terra, sole il sole                                           
nella cala delle ombre, dove cala                                             
la tenebra: ove l’osso                                                          
   
perora il volto bianco della mente                                            
e le file di denti morti: pietra,                                               
   
teca, cristallo freddo e muto, niente:                                       
tetro, il cialtrone intona uno starnuto.                                        
        
                                                                                
            
9.
                                                                                
               
Nodi di fredda seta e d’oro fuso,
nodi di nervi e chiodi ed urla e frodi                                         
all’improvviso sciogliersi: confuso                                            
aggrovigliarsi, forse,                                                          
     
di momenti e di menti:                                                          
              
ma intrecci di respiri, e anelli, e corse                                       
                                          
nel teatro di verdi reti: e un drago                                          
liquido lento emerge dai sentieri                                             
del vento                                                                       
         
nella fossa: ma tonfi d’acqua e brago                                           
     
nel lago dei pensieri, e suoni gonfi                                          
nell’aria grigia: nodi d’intricate                                              
             
gomene: ultimo segno                                                            
            
di navi e vele e cancellate tracce                                             
di presenze: ma non voli leggeri:
passeri neri nel cerchio di legno.
                                                                                
            
10.                                                                             
                                                                                
                                                                                
                           
Sussurri, vetri: cigolìo di stanze                                              
 
distanti: nel deserto dello specchio                                         
danze esili: e la toga                                                          
    
aperta che una mano obliqua lega                                          
nel riflesso è persona, e ad arco piega                                         
     
labile corpo assente, e nella gola                                            
cavo legno di noce una parola                                                   
         
pegno di luce, ancora                                                           
  
deriva nella gora: lontananze                                                  
d’un segno ancora, ancora d’una voce                                            
   
petali azzurri                                                                  
         
nel prato nero: nei muti sussurri                                             
ancora danze                                                                    
      
di maschere velate di sembianze.                                            
                                                                                
               
11.                                                                             
             
                                                                                
               
La pelle è di metallo: tocca, è fredda                                       
la bocca, e più non chiama, e lento scocca                              
vento giallo
d’ali chiare, il respiro: alle pareti
di foglie, l’universo nasce e muore:                                         
e nell’intrico d’ore agita il tempo
i cieli e il mondo, e sciamano le immense                                 
ombre del cuore.                                                                
     
                                                                                
           
12.                                                                             
             
                                                                                
               
Tracce di mani, vortici di volti                                                
  
tra piume di pensieri: ma di notte                                            
salpano: ma sarmenti                                                            
 
e sterpi e funi e la morta parete                                              
chiudono l’arpa nella quiete, dove                                        
rete di suono smaglia e strappa bianca                                          
   
mano di stoffa: e cadono comete                                            
soffici, sopra l’isola                                                          
        
di ciottoli e di soffi                                                          
         
lucenti, e chiara pace: ma il gigante                                        
azzurro, dentro l’antro d’aria, tace:                                         
in catene di nubi avvinto, solo,                                                
           
le lente onde non ode: e sono spente                                            
   
le navi e il vento nel deserto molo.                                       
                                                                                
               
13.                                                                             
             
                                                                                
               
Del vuoto ancora il grido: nell’ovale
risonante respiri: prati neri,
sonagli d’aria e argento e ferro, e cupi                                        
       
dirupi della mente
ingombrano i sentieri.                                                          
   
                                                                                
               
14.                                                                             
             
                                                                                
               
Vedi? l’angelo ride soavemente                                               
invisibile, in volo: in ombra lenta                                             
 
fragile rete di colori e fregi                                                  
    
e rami e rado verde
sul volto tenue, oltre galassie d’anni
e cieli: e, sola, l’isola, nel solo                                             
    
luogo vero presente, ora: quel volto
nel mare della mente.                                                           
  
                                                                                
               
15.                                                                             
             
                                                                                
             
Dunque t’attendo: per l’appuntamento                                   
nella nicchia di tenebra: le squame                                         
torbide nei cunicoli di rame                                                    
 
oltre grida e silenzi, in morti morbide.                                        
        
                                                                                
    
16.
                                                                                
               
Ombra di legno: strappa il velo, appare
d’improvviso: nel volo, nello specchio                                      
ricerca d’aria e d’acqua, balzo zoppo:                                          
      
universo-gabbiano in alto, cieca                                              
fuga, rapida corsa oltre le stelle                                              

d’ambra e granito:                                                              
    
ed ali aperte sul segno e l’intarsio                                           
di forme, a squarciatuoni:                                                      
 
ricaduta sul vecchio                                                            
    
pavimento dei suoni.
                                                                                
            
17.
                                                                                
               
E la tua mano mi conduce: ancora                                           
salvo: nell’aria candida, oltre il vento,                                       
         
la porta lenta s’apre nella luce                                                
           
musica, della voce: e nel respiro                                              
calmo, ti sento.                                                                
                   
                                                                                
               
18.
                                                                                
               
In gocce di cristallo le parole:
forse, i respiri: escursione veloce                                            
furtiva, foglia, voce: liberata                                                 
  
fuggiva, forma viva.                                                            
    
                                                                                
               
19.                                                                             
             
                                                                                
               
Il viso nella rete: smagliature                                                 
 
d’invisibili passi: bianche crepe
sulla parete: fra vicini volti
di specchi                                                                      
          
e ferro dentro il ferro, cerca afferra
antica luce estinta, mentre il tempo                                         
lo governa e imprigiona: invano atteso                                          
    
invano attende un nome: ingresso, uscita                              
nel buio angolo bianco, ala indecisa.                                       
                                                                                
               
20.                                                                             
             
                                                                                
               
D’improvviso, ecco irrompono le immagini                                
e sguardi fra le porte                                                          
    
spalancate, infrangendo il nero vetro,                                          
      
fra voragini gonfie: e ruota sorte                                             
d’acqua, fuoco, aria, terra:                                                    
 
ogni risposta è ignota: e mai c’è morte                                         
     
in questa guerra.                                                               
     
                                              
21.

Nel corpo imprigionata si dissolve
la voce d’aria chiara: oltre la chiglia
della luna, s’avvolve
nero limo salmastro:
e sopra il lume rovescia la sponda
e in strepiti di schiume affiora e affonda
nell’acqua: e sulla riva, la lucerna
rivela il freddo palpito degli occhi
spalancati: e la carta dei tarocchi,
cifra delle onde, segno
lastricato di mani, alla taverna
precipita sul tavolo di legno.
 
22.
 
Tu non sai cosa cela l’alta porta
rinchiusa: nelle stanze più profonde
dove l’alito è avvolto nelle squame
e la traccia di luce non conduce
che a radure
sorde: tu parli, avvolto nella scorza
del volto, della forza: ma non eri
nel recinto sepolto, dietro i neri
ricami d’onde: tu bonsai, ma parli,
forma conclusa: ma oltre le pareti
solo la tua domanda ti risponde.
 
23.

Sento il peso del corpo, e dure zanne
sorgono a un tratto nella gola: siedo
e segni vedo e cerchi in pietra, e attendo
l’urto profondo
del sogno oscuro: irrompe, è spento il mondo
nella sera che incede: e il cielo vola
spinto dal nero vento
tra false nubi: e sbuffi
di canto, e strane stoffe, e stretti passi
sul legno dei pensieri: oh! Il soffio attuffa
ciuffi e glifi di rose,
e in groviglio s’azzuffano le cose.
 
24.
 
Fa’ che non torni il giorno dai contorni
torvi: l’uscio si chiude, grigia grata
imprigiona la mente:
dov’erano le onde, sordamente
sciambrotta la belletta negra, e gridano
corvi, anime perse alla deriva:
oscilla nella stiva della notte
il vascello sepolto
nella rada… ma ora
ascolto ali ascolto mani ascolto
il ruscello ed ancora ascolto i verdi
coralli nella tersa acqua del volto
sconfinato: e le dita mi attraversano
e il bosco folto dei respiri ascolto
e foglie d’aria e sussurri: e si perde
fra monti in oro e azzurro
la parvenza del palpito: ossa e mura
di paura e di assenza
crollano: e immensa altura è cielo verde
dissolto: rispecchiato, il volto dura
nel mare d’erba pura, capovolto.
 
25.

Il gigante seduto: nella sera 
stormi di luce fra le guglie grigie
della stanza, e silenzi
dentro l’ombra, nascosti:
e sguardi e suoni e falsi cerchi d’oro
tra siepi di velluto: like a bird
on the wire, tace, ascolta, è fermo,è solo
il gigante, di spalle: oltre le grigie
luci, intricate tracce di rumore
nella stanza:
e dischiude la mano il lento volo
oltre le tende e il tempo,a oggetti e spazi
confusi, nella stanza ingombra: e intanto
controluce, il gigante, in lontananza,
visto di spalle, è solo, è vecchio: obliqui
nella curva penombra, oltre lo specchio,
segni: immagini, forse, di un istante
presente, che non muta: forse, nera
nebbia distante.
 
26.

Sembianti inermi, valichi di specchi,
nuvole d’occhi, fermi
nei volti: mormorio stanco di maghi
e fiati di flauti
varcano i sogni folti: e cauti draghi
in vacillanti luci di voragini
chiare, e laghi d’immagini
in cieli capovolti.
27.

Oceani s’avviluppano irrequieti
nel sole, oltre le mani: la brughiera
… the moor
is dark: gelide reti nella sera
svanita intricano rami e pensieri
umidi, e l’aria spenta
incaglia strappa arronciglia: e le dita
la fossa d’acqua attende: al passo breve
fiorisce ghiaccio il prato, bianco d’onde.
 
28.

Semi di nebbia, nodi d’oro e fiamma
e onciali segni: mura alte di sogni,
lame di luce viva oltre la riva
nascosta: al sole correre, e negare
e la risposta,e l’ombra,e il cielo,e il mare.
                                   
29.

E invano cerchi il centro, invano cerchi
il varco in sogno vano:
la nave è morta foglia oltre la soglia
del niente,ed oltre il foglio è già la mano:
segretamente, in cerchi, guardi assente
fra specchi di metallo e nere danze
ripetute… non alberi d’argento:
chiome di fumo e maschere di vento.
 

30.

Riccioli verdi, eh, dici? e non capisci
se scherzi:
se, riccio aperto, lieto ti diverti
in brezze e in versi, o versi in frasche d’acqua,
in fontane: o in capriccio,
fruscìo d’uccello: guscio
sottile aperto, oh bello! e dietro l’uscio
riaverti:
credimi, cose strane,
spruzzi barocchi, verde
guizzi di crine alpestre:
occhi, trine, finestre.
                                                                                
         
31.
                                                                                
                                                                                
          
L’urto del vento lacera la vela
in ventagli di neve, e nella nera
luce scoscesa, beve
l’ombra fonda del sole: ed onde bionde
indorano ora i raggi: il fiato lieve
del giorno, ora rinato,
induce ad altri viaggi: ad un ritorno
oltre le porte
dell’oceano dei sogni, a navi e legni
di raggi d’oro, d’intrecciati steli
in luminose gomene ritorti
fra le sartie ed i veli: oltre le bolge
e i viluppi del porto,
dirupi, valli, gelo avvolge il sole
in bianchi nastri, e nubi strappa il vento
aggrovigliando i vertici dei monti
nell’acqua antica, in chiari
vortici: e soffia, e travolge strinati
relitti di tramonti, cieli ed astri,
tra spirali di mari.
32.

Ora le tempie sfiorano del tempo
stormi di luci
e il mondo tace, ed intendo sul volto
un ventar d’ali, ed al chiarore stanco
densi rami offre al volo
l’albero della pace: e di polito
argento ricamata alba riluce
ed ornano le notti
nubi di seta e d’oro: l’universo
s’apre, morbido, in musica infinita
e forgia forme
di resina forbita ed aria, e labili
orditi di lucenti filigrane
e d’azzurri velami: oltre la soglia
invisibile, s’apre e corpi schiude
tra lievi tracce
di luce immacolata, dove giace
l’ombra abbracciata al sole: dove dorme
nella nicchia, la voce
e dita brune tessono le foglie
e i germogli del cuore
dischiude in noi, donandoci monili
d’ultimi astrali voli
di nubi e seta ed oro e di respiri.
33.

Ecco, il mio vuoto colmano le immagini
vuote: ringrazio, antica sera, il dono
ripetuto, lo stampo delle voci
di maiolica fredda, il morto suono:
qui, nella mente, io abito, lo vedi,
amica: un sordo saio di pensieri
ricopre il corpo-mare: e la tua luce
arabescata, lucciola sul niente.
 
34.

Ma ora ascolto te, mia cara, amore:
nella selva dei volti e delle mani
aperte: petali d’alito, stami
di lievi sguardi in fiore, e bianche perle
di sillabe velate: e nel vederle,
cieco, dorme stasera
il vento dei pensieri: ascolto voli
molli, di suono ed eco: calma attesa
d’accese luci, folli
soffi di sogni nell’aria distesa.
 
35.

E tu chi sei, che appari nella strana
bellezza umana? tu che pari vento
quando ti sento: e il lento
cerchio s’apre nel cuore: e nella mente
il dubbio tu riaccendi sull’oscuro
veto del tempo, oltre il muro ed il vetro
strinato del futuro: e taci, e ascolti,
e sciogli il velo che imprigiona i volti.
 
36.

Ritorna l’ombra della croce: a monte
cigola il ponte teso sopra il cielo
dell’istante, riaperto alle domande
e il segno eterno, minuscolo e grande
dell’universo, è lucciola alla mano…
Non mi seguire: non so come il mare
delle forme s’addensa in tempo umano.
 
37.

Suono di lente corse: nello specchio
invisibile, forse,
altre strette di forze, e fiati, e mare:
ma corazze di corde, nel volare,
imprigionano le ali: e il tempo morde
l’altra luna: nel secchio, dietro il tempio
di morbido metallo, occhio del niente,
la gabbia d’aria e ferro della mente.
 
38.

Ci rivedremo? v’ha accolto la sera,
cari: non forme o suoni, aria leggiera,
orme di luci spente nella vita
svanita, fiori ed erbe
che verde primavera in soffi sperde.
Siete svaniti: insieme, oltre la chiara
ombra del cielo: e vi ricopre il velo
sollevato sui sassi e le acque e i passi
del passato: tornati oltre le porte
che il vento d’oro ora chiude, e la morte
suona il dolce suo flauto, nel ritorno
della notte lucente, ala del giorno:
di voi mi resta un suono
assopito, di immagini: presente
nella pianura chiara della mente.
 
39.
 
Voglio restare accanto a te: non voglio
perdermi in canto giallo
fra rondini nel cielo di cristallo
spezzato: voglio toccare le mani
ed il volto, e la voce: ora, domani,
mentre il sole ritorna e erba di prato
germoglia: e nuovo è il tronco, lieve
trama di corpo, e verso il giorno viene
giovane,e già s’inoltra nella vita
il figlio da noi nato, e andiamo, insieme,
cercando una speranza senza fine,
tra grida di battaglie sul confine.

Sarà forse domani: dalla sera
si schiude un’altra notte: ora riposa
lo stormo inquieto di forme e di mani
che irrompono nel volto cancellando
i ricami dell’alito e le orme
di luce: è notte, ascolto
le sillabe del cielo, e le alte stelle,
e le bianche acque calme:ascolto il vento
ma è terra il corpo e trema, argilla nuda:
è cava tartaruga il tempo: dorme
su un azzurro guanciale nostro figlio.
E’ lontano cento anni il nuovo giorno
e un miliardo di secoli il ritorno
dall’esilio.
 
40.

Dimmi tu chi era in preghiera: chi c’era
nella luce tua prima:
dimmi chi c’era, prima del respiro,
nel mistero tuo vero
oltre il chiarore teso sulle soglie:
dimmi chi s’era celato, chi c’era
tra velami di foglie e rami e rose
di vita che destando forme e cose
s’aprì nell’alba nera: ombra di mani
bianche, in paziente attesa
di onde di primavera nel domani.
 

Monza - Maggio 1994 [edito in proprio]
           
                                                                


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20 febbraio 2010
amici poeti (2)
 

 


                        pagina 2 dedicata ad amici poeti

                        GIORDANO GENGHINI

                        I.
                        Distesa sul mio cuore, l'anima mia respira.
                        Sul volto della foglia risplende l'universo.
                        Rapita dentro il corpo, attraverso lo sguardo,
                        la luce immaginata crea ricami e colori.
                        Rivestito dal mondo, cinto dagli orizzonti,
                        l'alto soffio del sole fiorisce in cieli d'erbe.
                        Lo scoiattolo-nube gioca fra i verdi monti.

                        II.
                        Mille stelle in una bolla:
                        in un'ala di farfalla
                        vasti cieli di velluto.
                        Le galassie sono neve
                        e la luna è un fiocco lieve
                        nella tenue luce gialla.
                        Gemma d'anima rampolla
                        dentro il corpo che la culla.


                        *
                        FABIO GRECO

                        Notte si fa in me
                        più chiara
                        limpida del giorno.
                        A breve farà eco
                        un silenzio solo mio.
                                           Nella quiete emerga
                        una distanza che almeno
                                           d'illusione mi sazi.
                                           Preda è l'anima ferita
                                           più secca, nera di dolore.

                        *

                        Ogni volta
                        Ti ritrovavo
                        seduta su scale
                        di sale, il mare
                        fra morbide labbra
                        posava la linfa
                        ed esuli zattere
                        gemevano smarrite
                        nel silenzio
                        delle tue braccia.

                        *

                        MICHELE PIOVANO
                                                              a mia figlia

                        Diciamo tempo di marzo – e la luce
                        come niente sale agli steli
                        stretti sui fianchi.
                        Accettala,
                        quasi sussurro dalla soglia: è poco,
                        poco più di un gioco
                        amabile contro la guancia.
                        La pelle è viva e tu
                        senti il volto confuso delle cose,
                        l'enigma che si sbianca uguale al bianco
                        sulla magnolia. Un brivido
                        tace dopo il travaglio dei rami,
                        più stupore che evento. Ora è voce
                        di fiori oltre il cortile.
                                                                       
                      

 
                        pagina dedicata ad amici poeti


                        ANDREA CROSTELLI

                                       Ad Antonio Santinelli

                        L'onda, respiro del mare.
                        Soffiavano dalle nari i tuoi cavalli
                        un forte attaccamento alla terra,
                        un forte respiro di vento.
                        Voleva esser pieno il tuo passo
                        del giallo frumento verità,
                        dorato segreto dell'arte
                        a piccoli sorsi donato.
                        Appesa ai tuoi occhi e frapposta
                        l'atroce meridiana del tempo
                        fissava l'ora senza nome,
                        priva di sole e fughe d'ombra,
                        la somma di tutte le ombre.
                        Oggi guardo il pulviscolo dorato
                        nella fascia di luce: moscerini
                        in sospensione: catalessi del corpo
                        dell'arte, e penso a te, amico caro,
                        mentre passi ancora fra le nuvole
                        e sposti l'aria dei miei pensieri,
                        a te che mi gridasti aiuto senza voce…
                        riprendo a cavalcare in groppa
                        al tuo cavallo con la tua forza
                        in corpo, dopo che, per un attimo,
                        il tuo passo si fermò, il mare
                        ritrasse il suo respiro
                        e fu la secca.


                        * * *

                        FLAVIO BALLERINI (Pesaro, 1951 – 2006)

                        (Per Kostas Kariotakis)

                        Per compensare tutto questo sole
                        d'aprile leggerò un poeta triste
                        la cui luce diverrà meno tetra
                        più attutita la vacuità del giorno
                        Resterò con i versi come in chiesa
                        - anche se dinnanzi a un inquieto mare –
                        in attesa che lo spirito aleggi
                        e come in una sentita preghiera
                        un angelo delicato e deciso
                        aprirà il cuore alla più pura pietà
                        Questa è la carità che voglio offrire
                        alla spirale nera dell'anima

                        * * *

                        LUCA ROSSI

                        ATTESA

                        Foglie gialle
                        di un morto autunno
                        stavano a noi vicine,
                        nel punto in cui tenevo la tua mano
                        perché ti pensavo
                        troppo debole
                        per stringere il mondo
                        tra le dita.
                        Luce di luna che scompare
                        quando nuovamente fa mattino:
                        le stelle, l'infinito, il sogno…
                        Un dire oltre la notte
                        la nostra pena, un pensiero estinto.
                        Tra le mani
                        un filo d'erba
                        da porre intorno al cielo
                        con il quale un giorno
                        avresti ucciso
                        la lunga attesa
                        gridando verso il sole

                                                     12.11.02

                  


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letteratura
23 gennaio 2010
Ballerini - Marotta
 

FLAVIO  BALLERINI
 
NON IMMAGINO VOCAZIONE PIU' BELLA

Non immagino vocazione più bella, talento o dote più preziosa e importante di
quella che riesce a prendersi cura degli altri in modo spontaneo e naturale, una
grazia e una direzione come conduzione migliore di vivere, come appartenenza
alla salute e alla sua promozione; un darsi, un dare il meglio di sé è giungere
al miglior dono di sé che non può che espandersi, come l'amore, come un'arte.
C'è qualcosa di più grande nell'arte, di più potente nell'amore? E ciò può
confinarsi per una sola persona? può bastare una direzione di ciò nella coppia,
che sappia, almeno, intravedere non dico la felicità ma la pienezza di un vivere
una vita che – non importa se segnata da una destinazione nella insopportabile
stazione finale del nulla eterno (un'idea che mi è tuttora insopportabile,
concepibile solo quando l'idea si associa alla paura) oppure se creduta per
qualche fede o per esperienza mistica solo una provvisoria storia che approderà
in altri regni o all'immortalità – è una vita (vera), trova continuamente fonte
e orizzonte?
Prendersi cura di sé come di tutto ciò di cui questo sé è, tutte le relazioni di
cui è fatto, questo può avvenire solo contemporaneamente; cioè è possibile
giungere alla fonte del sé e all'essenza dell'essere se riconosciamo e viviamo
consapevolmente gli intrecci vitali di cui il proprio sé è costituito e vestito,
viva luce a tutte le relazioni che ci compongono e l'umile e, se possibile,
amorevole sguardo al limite, all'ombra, al male, che ci conduca a compiere un
gesto, trovare ciò che può accogliere (forse tutto), un cuore dove la meraviglia
prevale?
La vita se non è un miracolo muore.


SALUTARE E SALVARE

Un giorno si disse: "Basta,
le mie ferite sono guarite!"
e non fece altro che vedere
e ricominciava a vivere
e guariva davvero
e qualche male liberava
vivendo

FLAVIO BALLERINI
Pesaro – (1950 – 2006)


[da: “Emozioni maldestre”, 2007]


----------------------------------------


FRANCESCO  MAROTTA
Da Il Verbo dei Silenzi,  Edizioni del Leone, 1991
.
TRA PUPILLA E LINGUA

Il giorno trascorre negli occhi
le sue ore in fiamme.
Muto groviglio in maschere di carne.
Rito che polvere d'incendio solidifica
dove ferita a sangue la parola cede.
Non si fa memoria.

*

Erosa da infinità di fuoco
la pietra che canto.
Soglia dove si addensa un grido.
Alfabeti franati l'alba raccoglie
nei suoi silenzi di luce.
Segni di febbre
sull'unico specchio scampato
all'incendio del buio.
La memoria talvolta si illumina
di queste fragili voci
gemmate da un vagare di sabbia.

*
                                                          
Parole di sale
sulla pietra silenziosa dei giorni.
Un canto che muove la risacca
tra onde seminate di spume.
Tra chiarori incerti.
Qui dove un verso
è quanto del tempo vive
all'insaputa del buio
(un fiore di albe bruciate
plasmato nella creta di echi
assenti)
inventare lumi di condanna.
La fiamma è voce in cerca di dimora.
Oscuro accento che curva le mappe
di rotte indecifrabili.

*

Colori di sillabe
incrinate da risacche di vento.
Anche il mare si nutre di fioriture assenti.
Ritorna al luogo d'origine
l'onda che sussurra
pietrificata nell'eco
come fiamma di voli ormai spenti.
La parola è aria indurita nei fondali.

*

Schegge di vita
nei libri bruciati.
Spargo semi di cenere al suolo
per avere occhi che sentono.
Labbra che vedono.
A ombre appena calate
ritirerò le mani dal fuoco.

*

Febbre sottile della metamorfosi.
Accesa sul confine
che tra pupilla e lingua
ricorda l'età corrosa
ramificata in circoli di fiamma.
Il lampo è sorgente di ferita.
Parola che si oscura
se nominando il mondo
alle cose rivelate
ha già bruciato il volto più segreto.

*

Il tempo dove dimorano grida
è costellato di luci
assediate di silenzio.
In quel grumo di lampi tormentati
di stelle erranti per orbite ignote
costringi gli occhi
a colmare l'aria usurpata
affinché si spandano
a predare di immagini
la bianca superficie della morte.

.
NELLA LUCE ASSENTE

Ad ogni alba il giorno
tira a sorte la strada
dove trascinerà il suo canto.
Ogni altro sentiero è fonte inespressa.
La morte vi attinge le sue sabbie.
Madre del dono silenzioso della sete.

*

Mutati in memorie d'alberi
(anche l'ultima luce dirada
in arabeschi d'ombra
sui nostri volti spariti al giorno)
dimoriamo un tempo che agita
cadenze di ferita
florescenze di voci
appassite sul confine della sera.
Qui le stagioni avvampano
in pozzanghere di torba
come lingue sabbiose senza futuro
e a nulla serve chiamarle ancora
con nomi smessi di pollini o maree
fingere cronache di equinozio
in voli disegnati dalla cenere.
Sono già pietre e arsura.
Nessuna immagine mette più radici
in terre di occhi disabitati.

*

Laguna di foglie
sbrinate per annegare negli occhi.
Luce che si scuote
nel vetro franto di specchi senza volto.
E' primavera anche questa
prateria di cemento
che strappa un grido alla gemma rinata
e accende le strade
all'aroma innaturale dell'attesa.
Un deserto profumato
schiarito per la liturgia del vuoto.

*

Liberata dal gelo delle nostre mani
la terra fiorisce in un rovo
lacrime mutate in sillabe di spuma
echi di un mondo intravisto
con pupille di radici.
I suoi occhi navigano profili d'acqua.
Sorpresi come gabbiani
al rompere dell'alba.

*

Alberi d'asfalto
assorti in un migrare di canali.
Costeggiano luci di pietra.
Dimore votate alla sabbia
dove gli uccelli si ammassano
in presagi d'acqua.
Schegge di lingue tagliate
nel cielo sepolto da un coro
che si spegne
da un presente di strade notturne
senza storia.
A questa piaga di liquidi inermi
corre la sete dei giorni
in lampi di alfabeto rovesciato.

*

Di tanti giorni fuoco rimane.
Sabbia.
Approdo di corpi accampati
nelle penombre impossibili
di stelle che si succedono
che in noi si infrangono
– nella luce assente
che la memoria respira
dilatando spazi di frammenti
alimentando schegge di parole.
Con ritagli di volti nella voce
gridiamo contro cieli lapidati.


*

Non maturano stagioni
su strade rischiarate di ferite
in questa luce di occhi mutilati
perduti nel sonno di isole profonde.
Solo notti che annotano memorie
in registri di catrame
accenti immensi da reggere
per una lingua che ha smarrito
l'antica sapienza di creare
di dare un nome
coniugare un fiore.
La parola che si iridava
come una gemma a rimembranze d'acqua
guizza oggi arida di polvere
consumata dai sogni di una fiamma.
Trasparenze d'incendio
nella sua danza immobile di ramo
che si protende verso fiumi vuoti.

*

Radici in precario equilibrio
dolenti come un profumo
di cui ignoriamo la fonte.
Così nel tempo le nostre voci al passo
(ormai del tutto spoglie
trasparenti
mute)
si allontanano da noi e ci dimorano.
Fedeli come onde
contro la rena che eternamente migra.
Varchiamo soglie
come chi salpa verso la sua ombra.
Gli anni segnati per misurare il vento.
Inconsapevoli ponti sull'abisso.
Sui nostri volti
nemmeno le maschere riposano.

*

Strade seminate di pietre.
Mappe immutabili di voci naufragate.
Rende muto il labbro
la pupilla arata da visioni di abbandono.
Vi leggeremo il cammino di un dono.
La terra che si risveglia
esercitata alla libertà di un grido.


http://spaziozero54.splinder.com/


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letteratura
12 dicembre 2009
commenti di Andrea Crostelli
 


ACCOSTAMENTI A "CREATURA" DI FELICE SERINO
(riflessioni, riferimenti personali ed altro)
 
CREATURA
mi godo la luce
come farfalla
sul palmo della tua mano
 
Signore non posso
che offrirti il mio niente –
fragile creatura
ti devo una morte


 Da Il sentire celeste, 2006

 
Quante morti, per non pensare a quella ultima, abbiamo reso a Dio?!…
e, quindi, quante resurrezioni!
C'è un'intuizione strabiliante in questa poesia. Ovvero la figura della farfalla
abbinata alla morte.
Qualche anno fa ho avuto il privilegio di seguire da vicino un ragazzino
dodicenne malato di tumore (uno dei cancri più rari e tremendi).
L'ultima volta che l' ho potuto portare davanti casa, semi-seduto su una sdraio,
ho assistito a questa scena. Aveva una piaga sul ginocchio sinistro e, mentre si
stava meditando il rientro, un nuvolo di farfalle bianche (le cavolaie) andò a
posarsi su di lui e a baciare quella ferita. Era coperto di farfalle, stettero
in quel posto sacro, su quell'altare umano per minuti che sembravano eterni,
prima di allontanarsi come uno sciame d'api venuto dal nulla.
Era il segno che stava per essere accolto, dopo la morte, da quella luce
straripante che in quegli istanti particolari ci aveva invaso.
I giorni seguenti videro Samuele (così si chiamava) in coma. Un pomeriggio
pensai che era  il caso di portargli la comunione e pregare un po' insieme. In
effetti si svegliò dal coma e pregò profondamente insieme a tutti i presenti
(familiari e amici). Il mattino dopo sullo stradello che porta a casa sua trovai
una cavolaia morta. Piombò dentro me il dolore della perdita assieme alla
certezza consolante di avere un santo, ora presente, "solo" in maniera
spirituale.
Le morti interiori a causa del male commesso sono l'offerta del nostro niente a
Dio. Offerta per il rifacimento totale del nostro essere che cerca la vita nuova
nella grazia.
La morte può essere intesa pure come liberazione dai pesi terreni, la zavorra
che si stacca dal nostro corpo che acquista leggerezza e sale nel cielo pari a
una farfalla e, delicatamente, va a cercare la mano che l'ha generato e vi si
posa [per sempre].
C'è un altro significato che mi preme venga messo in luce. Quello che sta a
dire: la mano del Signore mi ha salvato ora gli devo la vita (o meglio, quella
gliela dovevo anche prima, ora gli "devo una morte".

 Andrea Crostelli


* * *
 
 
Commento a Il mondo le cose del mondo, di Felice Serino
 
a padre Pio
 
il mondo le cose del mondo
ci devono scivolare addosso
come acqua – dicevi
mentre era un sorriso
interiore a illuminarti –
guaglio':
la casa del Padre è in fondo al tuo cuore
ma è il cuore
un campo di battaglia: a ogni giorno basta
la sua pena –
 
Da Il sentire celeste, 2006
 

Padre Pio parlava con semplicità di cose spirituali, ma c'è da lavorare, da
togliere squame per andare all'essenzialità, per trovare sotto la carne tenera
del cuore.
Ed il cuore è un campo di battaglia che gioca suo malgrado con le nostre falsità
(falsifica il male per poi trovargli posto la mente/volontà distorta).
A ogni giorno basterebbe la sua pena e credo sarebbe perfetta letizia, ma si
aggiunge un fardello troppo pesante sopra al cuore (il nostro orgoglio-egoismo)
che soffoca i suoi veri battiti con un riverbero non più chiaro. La difficoltà
del Dottore è quella di non poterti dire come stai, avendo tu interrotto il
sistema di comunicazione via cuore che arriva come un segnale telegrafico non
decifrabile. Bisogna cogliere allora il "suono allarmante" che indica il
pericolo, la strada senza sbocco. Bisogna cogliere il lamento e risalire
all'incrocio in cui abbiamo preso la via sbagliata.
Il cuore, in realtà, lo dobbiamo sentire da noi stessi – l'eco scandito dal suo
battito, il pulsare dolce, soave, leggiadro che è lo stato di grazia al quale
dobbiamo tendere.
Il sorriso che esce dal cuore.

 Andrea Crostelli

 


 


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letteratura
14 novembre 2009
da IN UNA GOCCIA DI LUCE (2)
 

 

 


   Da: -IN UNA GOCCIA DI LUCE, 2008-

 

                  TURBINE VORTICA

                  turbine vortica intorno al chi sono

                  non altro sapere che la tua
                  inconsistenza

                  - ma a un tempo
                  di contenere un mondo -


                  IN LIVIDA LUCE DI CREPUSCOLO

                  sulle braccia
                  della Croce
                  ci amasti da morire

                  in livida luce
                  di crepuscolo
                  per compassione Tu
                  ti spezzasti *

                  ... e
                  fioristi

                  amen

                  * verso di Ungaretti

 


                  L'INVITO
                  Il poeta: un vuoto
                  G. Seferis

                  e tu di nuovo ostaggio della notte
                  l'invito
                  l'abbraccio del vuoto

                  parola neo-nata
                  la chiami nel buio
                  l'innervi in parole

                  la plasmi a scalpelli di luce

 


                  UNGARETTIANA

                  su un refolo di vento
                  adagio
                  la vita
                  trasognata

 

 

                  A CARLO ACUTIS

                  Morto a 15 anni di leucemia l'11.10.06
                  (del quale è stato avviato l'iter per l'apertura della Causa
                  di Beatificazione)

                  ti so dolce presenza
                  -tu che visitavi i giardini
                  del cielo-
                  ti so dentro di me come
                  un amico o un figlio
                  l'altra notte in sogno
                  nell'apparirmi mi dicevi
                  sono uscito dalla vita vivo più che mai

                  -qui è il prima da dove siamo
                  venuti
                  si sta di un bene è un'infinita
                  fonte di stupore
                  noi voluti dal Cielo siamo stelle
                  per corona alla Madre Celeste

 

 

                  STEP

                  pensieri distesi nel mezzodì
                  incendiato -
                  sul letto una lama
                  di luce obliqua e nella
                  mente in sopore
                  insieme a un pezzo
                  di mare

                  il perdurare la tua immagine
                  di poco fa il moto
                  dondolante
                  del corpo - fatto d'aria -


                  QUESTO PANE

                  perché lo permette ti chiedi
                  permette tutto questo
                  ti senti dire: è una prova che ti dà
                  "dal male trae un bene" anche se
                  non puoi capirlo - allora
                  giustificato dal Suo sangue
                  spezza insieme agli altri questo pane
                  bagnalo di tutte le lacrime
                  del mondo
                  non una briciola si sprechi di questo
                  dolore


                  DELL'INDICIBILE ESSENZA

                  dell'indicibile essenza -l'altra
                  faccia del giorno-
                  noi sostanza e pienezza

                  solleva l'angelo un lembo
                  di cielo: in questa vastità soli
                  non siamo: miriadi
                  di mondi-entità ognuno
                  in una goccia
                  di luce

 

                  DA UN'ONDA DI SOSPIRI

                  da un'onda di sospiri
                  risalire in sogno
                  la morte

                  fiorita dal grido
                  di albe di cenere e
                  fermenti di voli
                  nel turbinio del vento

 

                  WELBY

                  nel giorno acceso
                  in trattenuta vertigine avvolto
                  nel mantello del vento
                  sporgersi da una rupe di passione
                  in un amen il ripercorrersi
                  di stagioni di là del mare
                  cogliere il fiore-essenza del tempo
                  sognare d'essere quasi
                  una finzione
                  - la morte un paradosso

 

                  NEGLI OCCHI FORTI DELLA LUCE

                  [ispirata all'alba del 19.10.2008,
                  a 11 giorni dal mio 67° genetliaco]

                  negli occhi forti della luce
                  vive il paese innocente

                  -dove approdare l'anima
                  esausta
                  di vita dispersa-
                  (una
                  gomena di avemarie
                  porge l'angelo a riva)

 

                  VASTITA' DI TE SOLO
                  [su un verso di Ungaretti]

                  vastità di te solo
                  penetrata nei sensi:

                  nella tua fragilità
                  lo stupore
                  di sentirti un mondo

                  una “fibra dell’universo”


                  Felice Serino


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letteratura
31 ottobre 2009
da LA BELLEZZA DELL'ESSERE (2)
 


   Da: LA BELLEZZA DELL'ESSERE, 2007-

 

                  LA BELLEZZA DELL’ESSERE

                  la bellezza dell’essere
                  è di una certa età
                  dipende
                  dal modo in cui la percepisci
                  quando ti commuovi per un nonnulla
                  scambiando un sogno per una visione
                  ti senti tornato bambino
                  lo sguardo perso ad inseguire un volo
                  non temi l’ ignoto
                  quando in vita ti sei ben speso

 

                  SULLE RIVE DEL MISTERO

                  ciò che non appare mistero
                  neppure è bello *

                  fragile come i sogni
                  spaesa il cuore
                  di là del mare

                  tutta
                  una vita –
                  … finché lo spaesare
                  non si adagia
                  sulle rive del mistero

                  * frase presa in prestito dal mio amico
                  pittore-poeta-critico Andrea Crostelli

 


                  MAYA

                  il di qua dice l’asceta
                  non è che proiezione
                  nel prisma azzurro del giorno

                  sentenzia
                  che perfezione
                  è la carne che si fa spirito

                  non si terrà conto
                  del corpo che si nutre
                  che è già della terra

                  si è dunque
                  del cielo o anelito
                  d’infinito ancor prima
                  del primo respiro?

                  - certa è la fiamma che dentro
                  ci arde – sottile -


                  IN SOGNO RITORNANO
                  [ispirata nella notte del 25.3.07]

                  in sogno sovente ritornano
                  amari i momenti del vissuto
                  che non vorresti mai fossero stati
                  per cui accorato in segreto piangi

                  si affaccia nel tuo sogno bagnato
                  quel senso di perdizione
                  incarnato nel figlio
                  prodigo che fosti

                  emerge dai fondali
                  dell’inconscio dove naviga
                  il sangue e tu
                  disfartene non puoi


                  INSOSTANZIALE LA LUCE

                  insostanziale la Luce
                  nella carne si oscura
                  (energia fatta densa)

                  luce verde della memoria
                  scuote la morte:

                  il nocciolo del tempo
                  nel buio delle vene è universo
                  presto deperibile


                  UNA VITA
                  (a Jung)

                  perdutamente
                  dei sangui
                  l’aprirsi d’echi
                  su cieli
                  anteriori
                  lo spazio
                  d’un grido


                  PREVITA

                  cosa saremo ora non sappiamo
                  bene ci conosce il Demiurgo già
                  in mente Dèi eravamo prima
                  della creazione pur senza saperlo
                  ingabbiati come siamo in questa vita

                  puro anelito di spiccare il volo

 

                  EVOCATIVO

                  come in una bolla d’aria

                  si ha vita
                  dentro il fiato
                  di sogni sgretolati

 

                  RICORDA
                  [ispirandomi a David Maria Turoldo]

                  sei granello di clessidra
                  grumo di sogni
                  peccato che cammina

                  ma sei
                  a m a t o

                  immergiti
                  nella luminosa scia di chi
                  ti usa misericordia

                  ritorna a volare:
                  ti attende la madre al suo nido

                  ricorda: sei parte
                  dell’Indicibile - sua
                  infinita Essenza

                  nato
                  per la terra
                  da uno sputo nella polvere

 

                  LACERA TRASPARENZA

                  insaziata parte
                  di cielo
                  vertigine della prima
                  immagine
                  e somiglianza
                  vita
                  lacera trasparenza


                  sostanza di luce e silenzio

                  sapore dell’origine

                  fuoco e sangue del nascere

 


                  ALLA FINE DEI TEMPI

                  “Per risplendere devi bruciare” – John Giorno

                  deve il maligno consumare
                  il suo fuoco - stravolgere
                  la faccia del mondo
                  fin quando uscirà di scena

                  la vita: “la vita può andarsene domani” *
                  - cerchio breve che si chiude

                  la consolazione per chi resta?
                  aspettarsi alla fine dei tempi
                  un radioso trapasso:“ch’io
                  non resti confuso…”


                  * verso di Paolo Bertolani


                  QUALCUNO MI CONOSCE

                  somigliano i sogni
                  a queste nuvole a stracci

                  mai come ora
                  ho bisogno d’un gancio
                  per appendermi al cielo

 

                   Felice Serino

letteratura
3 ottobre 2009
da LA DIFFICILE LUCE (2)
 

 

   Da: -LA DIFFICILE LUCE, 2005-

 

                  LA TUA POESIA

                  quando un capriolare nel mare prenatale
                  ti avrà fatto ripercorrere a ritroso
                  la vita (tutta d'un fiato) azzerando l'Io
                  spaziotempo -
                  allora leggerai la vera sola poesia aprendo
                  gli occhi sul Sogno infinito: la tua
                  Poesia cavalcherà in un' albazzurra i marosi
                  del sangue fiorirà negli occhi di un'eterna giovinezza

 

                  ANGELO DELLA POESIA

                  librarsi della tua ala azzurra nel mio sangue

                  io-non-io: in me ti trascendi e sei

                  d'ineffabili alfabeti s'imbeve il nascere delle mie aurore

 

                  TECNICHE DELLA MORTE

                  atomi di solitudine
                  abbandoni / distacchi / fini
                  assaggi di morte
                  le morti figurate i
                  suicidi/omicidi camuffati
                  la notte blu dell'anima
                  morte presente dalla nascita
                  morire porta sul nascere
                  emigrare di forma in forma
                  o Dieu purifiez nos coeurs
                  ora e nell'ora della nostra morte

 

                  LA VITA INESAURIBILE

                  la mente in stand-by (fuori da un mondo
                  parallelo) - ti culla un canto
                  d'alberi e di cielo
                  assapori per poco ancora
                  il tepore delle lenzuola: ora
                  senti la vita che entra in te: ti scorre
                  dentro come un fiume
                  (batte rotondo nel sangue il tuo tempo -
                  ti senti in comunione col sole):
                  adesso che afferri
                  vita - più vita - nemmeno t'importa
                  di un corpo che sarà preda
                  del disfacimento

 

                  ANGELI CADUTI

                  fuori dal cielo
                  bevvero l'acqua del Lete

                  ora non sanno più chi sono

                  presi nella ruota del tempo
                  mendicano avanzi di luce - curano
                  le ali spezzate

                  per risalire nell'azzurro

 

                  VENTO DI MEMORIE

                  è salamandra
                  sorpresa immobile
                  che finge la morte
                  due braccia schiuse a croce
                  cielo di carne vento
                  di memorie la vita

                  ora sospesa

                  finché spunti
                  la trottola il suo perno *

                  * verso da Montale


                  LA FORZA GENTILE

                  Dio è paziente: ha sogni
                  per l'uomo infiniti - frutti
                  immarcescibili
                  (centro del cosmo: non è
                  il suo un giocare a dadi)
                  egli visita le nostre
                  piaghe - manda angeli
                  a spazzare gli angoli del cuore
                  (suo disegno è
                  la Bellezza)
                  la sua forza è gentile

 

                  I LATI DEL VOLTO

                  tra reale e apparente l'ovale
                  del volto che ti guarda dal fondo
                  dello specchio di un locale fumoso -
                  il non poterti vedere come gli altri
                  ti vedono - l'altra parte di te l'inespressa
                  forma che puoi immaginare assumere
                  nell'aldilà - (scorgerti di spalle o
                  spiarti di sbieco è perverso
                  gioco di hyde - incontro con l'Ombra)

 

                  IN FONDO AGLI SPECCHI
                  (a J. L. Borges)

                  in un moltiplicarsi di specchi (fuga di
                  nascite e di morti)
                  imprigionata è la luce
                  dei tuoi déjà vu -
                  s'odono se ascolti i sordi
                  tamburi del sangue
                  in fondo agli specchi dove si
                  legge l'eterno ritorno (la vita
                  ci misura) - lì è il centro il mondo
                  rovesciato: il tuo aleph -
                  la chiave l'enigma

 

                  ONNIAMORE

                  accettare di farsi
                  trasparenza (libro aperto)
                  lasciarsi attraversare
                  dalla vita - da morte-vita (rosa
                  e croce) -
                  da Colui-che-è: l'Onni
                  amorevole

                  di fronte all'Assoluto

                  ...immersi
                  nell'Assoluto –

                  quando il R a g g i o
                  assorbirà le ombre

 

                  SOSPENSIONE

                  tempo elastico
                  passato < presente > futuro
                  gli orologi molli di dalì
                  tempo-sospensione l'aprirsi del fiore
                  tempo di blake
                  sospeso nel balzo
                  lucente della tigre
                  tempo diluito non-tempo onirico
                  tempo dilatato che
                  scandisce deliri di luce
                  in una tela di van gogh
                  tempo sospeso
                  immobile indolore
                  felicità animale

 

                  NEL SEME DELL'AMORE
                  a Tagore

                  ascolta
                  ...non senti urgere vita più vita
                  nel seme dell'amore che
                  aspetta di esplodere in un abbraccio cosmico?

 

                  VITA IN NUCE
                  entrare nella
                  morte-vita (sangue del pendolo /
                  tempo-maya con occhi
                  di luce)
                                  capovolti

                  "vivo"
                                 è nell'Oltre: cuore
                                   del sole abisso
                                     di cielo - antimondo

 

                  A

                  1.
                  vocale
                  in sospensione come urlo
                  muto - il bianco
                  dell'urlo
                  il nero
                  di rimbaud

                  2.
                  ritrarsi del
                  fuocosacro a un
                  vaneggiare di gole
                  spiegate /
                  scimmiottanti maiacoschi

 

                  COGLI IL MIO MORIRE

                  cogli il mio morire tra una
                  radice di sangue strappata e un'altra
                  appena nata dal suo grido

 

                  GANDHI

                  miracolo il sorriso
                  interiore
                  mentre il mondo ti ringhia addosso

                  ti offri s'apre una rosa
                  di sangue

                  nel Cielo un canto d'alleluja

 

                  VERSI ALL'AMORE

                  irradia un sole il mio cuore
                  che vuole incenerirsi
                  nelle tue braccia
                  ove la Bellezza delira

                  il tuo sguardo s'instella
                  dove comincia il cielo
                  anima bella
                  farfalla imprevedibile del volo

 

                  PARUSIA
                  (nell'ultimo giorno: scaduto il tempo osceno)

                  sporgersi sull'oltretempo ai bordi
                  della luce
                  presenze
                  evanescenti in chiarità
                  di cielo: farsi
                  corpi di luce

 

                  Felice Serino


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permalink | inviato da labsang il 3/10/2009 alle 11:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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