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Giovanni Chiellino

 

GIOVANNI CHIELLINO

TELA DI PAROLE

Genesi Editrice, Torino, 2007

Pagg. 608 – Euro 20,00

TELA DI PAROLE

(Nell’ordito di Aracne)

Onda di voce nel mare del poema

la parola s’increspa, precipita, s’innalza

insegue tra le nuvole

il volo della rondine e del falco.

La luce dei tuoi occhi la confonde

tace sui fiori di magnolie e rose

bacia la notte, va da stella a stella

e incendia la lingua del poeta.

Danza sui campi aperti della Pace

e sul nero abisso della guerra

impreca e prega. Dischiude incerta

la porta della vita e della morte,

sonda il mistero.

G. C.

*

da Galateo per enigmi

(Genesi Editrice, Torino, 1988)

PERCHE’ TREMANO I CUORI

Perché tremano i cuori dei fanciulli

se rapidi s’intrecciano gli sguardi

quando l’ora del giorno si fa alta?

Perché morbide gatte

sotto lunare notte s’abbandonano

a lamentoso amore,

perché in acque limpide

s’intrecciano le anguille

e ritorna la rondine al suo nido

se crudele innocenza non lo rompe?

Questi misteri

sono i pulsanti angeli del sole,

i cavalli dell’ora che s’innalza,

poi viene il tocco muto

della campana a morto

e i perché si perdono nel vuoto.

*

SERA

Scivola il giorno

l’ombra si fa alta,

chiude porte il silenzio

nelle case

e il cuore oscilla

pendulo nel vento.

*

TOSSA DE MAR

Angeli bianchi su onde di luce

volavano all’orizzonte

e i cavalli del mezzogiorno

galoppavano su cime di fuoco.

Nelle conchiglie di sole

il vento nascondeva

i mantici stanchi e le fanciulle,

distese sulla rena, ascoltavano

fra le carezze degli amanti

passare il silenzio

su ali di sogno.

Ma il segno del ricordo si frantuma

e altro non so raccontarvi

di quel giorno stupendo

in una baia di Spagna.

Chi fermerà la ruota del tempo

se anche la memoria si dissolve?

Rimane lo strappo della tela,

la spola che non passa nell’ordito.

Allora la pupilla si dilata,

le morti si dispongono a catena

a legare due punti all’infinito.

*

SCIATALGIA

E’ in questo dolore

che acuto mi sorprende

che la morte s’impolpa

si fa compagna di viaggio

toglie vigore ai sogni

e gli occhi apre a dure verità

del giorno che si avanza

e come il fiume

stretto argine e alto rende veloce

e le sue acque getta e disperde

nel mare aperto così

spinge la morte il cuore

sui dirupi del tempo

nelle deserte anfore del vento.

Ma vibrano le corde del pensiero

e una parte di me che non conosco,

immisurata e vaga, trova la fuga

nell’accesa pupilla del tuo dio

e qui risplende di trasparenza e svela

in cifre chiare l’enigma e si appaga.

Così trova la vita nella non vita

il segno del suo verbo

e nel sangue che pulsa cresce il nulla.

*

NEL GIARDINO

Nel giardino seduti nella sera

le parole legate dal silenzio

lasciammo punta di stella

legare i nostri occhi,

adagiarsi la luna sulla fronte.

E guizzava la fiamma dei ricordi,

cresceva l’ulivo su bruciati campi

vaste fiumare azzurre

confluivano nelle nostre vene

ricche di vento e di mare.

Cavalli schiumosi

battevano zoccoli di luce

sui bruni passaggi dell’ora

e nello specchio dell’attimo che passa

volava il cormorano alto nel vento.

Sono i ricordi sguardo di bambina,

lieve come bianco di betulla

e oltre la siepe

non udita voce alza sospetti

e frana sulle rive del tempo.

C’è ancora la ginestra nel giardino

a profumare l’ultimo viaggio

ai margini del giorno verso l’ombra?

Risponde un suono cupo di cipressi

sbattuto contro il muro della notte.

*

da Daelalus

(Genesi Editrice, Torino, 1990)

IL GRANDE SPECCHIO

Tu mia onda, mio fiume,

mio profondo mare,

passo ambiguo del tortuoso andare,

stella polare per oscuro porto,

falce di luna a leggere il domani,

lume scarso per il mio cercare,

utero del mio riposo

e falsa chiave per moltiplicare,

conchiglia dove il tempo

s’annoda e non ha tempi,

fuoco per distruggere e creare:

io, tua brace viva e fredda cenere

tua sorgente e tua foce,

a te mi piego

mio silenzio e voce.

*

NEL TUNNEL

Una fessura nel tunnel

ci dà l’idea del viaggio,

una scheggia di spazio

invera la vita e la invetta

in un grido di sangue:

e brilla la bianca conchiglia

sul tuo viso di donna,

la voce s’annoda nel nome

e la tortora tuba

sulla magnolia in fiore.

Ritorna la notte e rimane

in un arco di specchio riflessa

una scaglia tremante dell’eco

di quel grido improvviso nel tempo:

è luce obliqua che scende

su ombre oscillanti

per vuote corde di vento,

è il nulla che passa in silenzio

e Dio tace.

*

VERSO LA LUCE

…………………………….

Non è retorica la morte come morte,

la morte per un guasto di percorso

nei mantici affannosi della corsa

è semplice morte che s’annoda a vita

come la vita che cresce dentro

e sfugge, la vita come sangue

come aperto ventaglio di ricordi

la vita che si copre di sudore

o sale come verga di dolore

è semplice vita che s’annoda a morte.

La retorica è negli orli

nei fregi del telaio:

gloria e successo sono i miasmi, i fiumi

le bolle di sapone.

La costruzione del Tempio

e la sua distruzione sono negli atti

nella spada affilata

nel fuoco alle porte

nei portatori di pietra

nella chiarezza del segno:

la fonte secca e l’acqua che zampilla

l’uomo sterile e l’utero fecondo.

La morte-vita è il chiodo

sfuggito al Grande Costruttore

la vita che perfora

l’essere e il nulla sul palcoscenico

dei tempi, l’urlo di Satana e l’indice

di Dio. Il resto è scena.

*

da Nel cerchio delle cose

(Genesi Editrice, Torino, 1994)

UNA PAUSA DI STUPORE

Da quali estreme lontananze

giunge la curva delle tue parole,

il puro cerchio che non si rivela?

Da quali deserti viene la fiamma

della tua bellezza

il sacro fuoco che ci divora?

Da profonda solitudine marina

cresce la gemma

dei tuoi chiari sogni,

dietro le chiuse porte del mistero

su abbandonati spazi di memoria

cerca il pensiero angoli di volo.

E’ un ritorno di perdute stelle

il colore delle tue pupille

e il fiore che profuma la tua pelle

ha radici nel tempo.

E sale il vento sulle magnolie

sale sul canto dell’usignolo

sale sull’arco delle tue ciglia

rapisce l’ansia delle domande

porta il silenzio delle distanze.

Al centro di un abisso

oscilla il cuore

ma Dio concede

una pausa breve di stupore.

*

FARFALLA

Mia anima vibrante nella luce

mia palpitante voce

sulla molle medusa del silenzio

mia pupilla ansiosa

sulla penosa fronte della notte

dove ti volgi Amore ti conduce.

*

NUVOLA

Mio misterioso andare

nel cielo senza meta

eterno svaporare

nel regno del silenzio

animala che cerchi

il vortice di Dio

mia timida sorgente

dell’acqua originale

malinconia di un sogno

che si tramuta in pianto,

bianca vela protesa

ai mari della luce

ala di gabbiano

distesa fra le ciglia

tremula di fanciulla

sublime metamorfosi

che sulla roccia altissima

annodi come in gioco

il vento l’onda il fuoco.

*

da Il volto della memoria

(Edizioni Scettro del Re, Roma, 2000)

IL CUORE

Incrostazioni, un cumulo di macerie

con la vita che scorre

fra sistole e diastole.

Il buio del vagito,

l’ala bianca dei sogni,

la lama del pensiero.

Un sicuro rifugio

la tua donazione:

fuoco di passione,

l’aratro, il seme,

nel solco fecondo

teneri virgulti.

L’autunno: un giallo precipitare,

il distacco, la morte, tanta morte

fra la prima e l’ultima diastole.

*

MARE JONIO

Morbida, tonda caviglia

sulla tiepida sabbia,

l’acqua scivola lesta,

la bacia e ritorna nell’onda.

L° solleva il capo ricciuto,

lo piega e comincia a cantare

un’antica canzone

che la giovane donna innamora.

Oh labbra sinuose del tempo!

Oh lingua che narri la storia!

Nell’aria azzurra si levano

stormi di secoli e ombre

dal chiaro cristallo del mare.

Corre la vela di morte,

bianco gabbiano la vita

la insegue, la sfiora

poi sull’albero ferma il suo volo.

Fanciulli giocano allegri,

hanno barchette di gomma:

esperti pescatori di sogni

senza ancora né remi;

sacerdoti vestiti di luce

sollevano al sole le mani,

riempiono di bianche preghiere,

di fresche parole lucenti,

di verdi pupille, di gesti innocenti

la bocca del mostro marino

che solca gli abissi del mondo,

ammassa la gravida notte,

percuote la terra, la scuote

con rapido colpo felino.

Poi l’onda ritorna tranquilla,

ribacia la tonda caviglia,

e alla giovane donna,

che sull’arco celeste del giorno

porta profumi di eterno,

bisbiglia pensieri

d’amore e di morte.

*

VENERE LUCENTE

Splende ancora la stella del mattino

nella curvata azzurrità del cielo

e sui cavalli rosei dell’alba

il giorno avanza

col vento di levante.

Si consuma la notte,

il tempo invade tutte le clessidre

e tu, Venere lucente

nell’occhio mattutino, siedi

nel cavo della mia memoria

e annunci, oltre le mura

dell’ombra e dell’oblio,

luce divina che non si misura.

*

PER LEI

Lei viene in tutta la sua bellezza,

viene dall’alba.

Porta la luce sulle mani,

negli occhi ha il cielo e il mare,

sulle labbra il fuoco e la parola.

Nel sangue ha raccolto

tutti i baci dell’universo

per baciare ognuno di noi,

ha raccolto il seme della fecondità

per sfidare l’Eterno.

Il melograno è il suo albero,

il suo fiore è il tulipano,

l’animale che le somiglia

non teme le tenebre,

la sua parola bussa

alle porte del pensiero e le apre,

l’anima ha chiavi luminose

e la notte si arrende.

Le sue radici sono nella morte

e raggiungono le brughiere del futuro,

nutrono pietre

finché non le sfiora la sua mano,

allora un volo d’ali invade

l’occhio del sogno

e le albe si schierano a Oriente,

sui gradini del suo altare

noi stiamo genuflessi, preghiamo,

e il vento della cancellazione

passa sopra le nostre spalle,

si allontana.

*

da Il giardiniere impazzito

(Genesi Editrice, Torino, 2001)

IL GIARDINIERE IMPAZZITO

Sradicare le ortensie e il rosaio,

eliminare i bulbi dalla terra,

tagliare il calicantus:

fredda inflorescenza nel cuore dell’inverno.

Bruciare la tuia,

atto sacrificale,

abbattere l’agrifoglio,

non posso vedere le sue rosse bacche

brillare tra le foglia;

sacrificare l’oleandro e il melograno,

purpureo fiore in forma di corona.

Bisogna fare spazio a cose

più importanti:

mine anti uomo, missili, mitraglie,

un’infinita varietà di armi.

Reticolati,

campi di concentramento,

fosse comuni.

Le salme già occupano

il centro del giardino:

uomini e donne,

i giovani figli uccisi

prima che cantasse il gallo

quando l’alba sfiorava i loro volti.

Dappertutto scorreranno

rigagnoli di sangue per innaffiare

i filari delle croci.

In tutti gli angoli germoglieranno

lacrime e tormenti e io

spingerò l’altalena della morte

verso l’Angelo pietrificato nel dolore.

*

IL PUGNALE DI CAINO

Brilla nell’ora del mattino

il rosso pugnale di Caino.

E’ l’eterno pugnale di Caino

avido di sangue e fertile di morte

che con torbida lama

attraversa le vene del tempo

e scende nel cuore dell’uomo,

accende falò, scava fosse

e alza croci sul dorso della terra,

traccia sui volti segni di dolore.

Questo è l’amaro pugnale di Caino,

l’affilato pugnale di Caino

che decapita i giochi dei fanciulli,

toglie i cavalli ai carri d’Amore

e costringe il giorno su strade di lutto.

Quando brilla il pugnale di Caino

chiuso è l’occhio di Dio,

sulle case straripano i tramonti

e le clessidre contano le assenze.

*

EPILOGO

I

Finito di tessere la tela

ci accorgiamo che trame e stame

si sono incrociate nel telaio del Nulla

catturando inutili apparenze.

Unica impronta certa

la malvagia mano che versò il sangue

sui sogni dei fanciulli

prima che scivolassero

nel vuoto della morte

inutilmente appesi

agli occhi delle madri.

[…]

da Nel corpo del mutare

(Genesi Editrice, Torino, 2004)

LE STAGIONI

L’azzurro Leone della costellazione

ha conficcato il dente luccicante

nel fuoco dell’estate.

Il poderoso zoccolo del Toro

ha calpestato le bianche riviere

del mitico Jonio

e l’aspra lingua della salsedine

si è allungata nella fertile valle,

ne ha sfiorato l’esuberante rotondità,

violato la calda profondità

nella tenerezza delle giunture

e nella vibrazione dei mille torrenti.

Ma i rapidi cavalli del tempo

fanno oscillare la bilancia delle stagioni

e il peso dell’autunno aumenta.

Sul crinale dell’orizzonte

l’arciere dell’inverno si prepara a scagliare

la gelida freccia nella polpa del sogno.

Dove sono le bianche colombe

sulla vetrata dell’universo?

E i bianchi cigni nel lago del cuore?

Dov’è il maestoso gabbiano

sullo scoglio genuflesso

nell’onda tempestosa?

Avanzano i lenti buoi della vecchiaia,

tirano il lungo carro dei ricordi

verso l’ombrosa soglia del silenzio.

Dove sono le gemme del mandorlo

prima della festosa esplosione

al soffio della primavera danzante?

*

da Tela di parole

IL CONCERTO

Il concerto dei passeri

sul Lauroceraso impedisce

il franare del cielo

nell’ombra del tramonto,

lo ferma in un sogno d’eternità

e io mi distendo

sul fiume sonoro

che va dall’albero a Dio.

3 marzo 2001

*

ANGELO

Angelo,

perché ti nascondi

dietro il muro della mia paura?

Ho bisogno della tua presenza

per attraversare la notte

della mia stanza.

Caselette, 20 marzo 2004

Giovanni Chiellino è nato a Carlopoli (CZ) nel 1937; risiede a Torino.

E’ redattore di Vernice ed è stato tra i fondatori dell’ Elogio della Poesia nel 2001.

In poesia ha vinto numerosi primi premi.

Pubblicato il 10/7/2010 alle 11.34 nella rubrica diario.

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